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Battaglia degli Altipiani

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Battaglia degli Altipiani
parte del fronte italiano della prima guerra mondiale
Mappa con le principali direttrici d'attacco dei due schieramenti durante la battaglia
Data15 maggio-27 luglio 1916
LuogoPrealpi Vicentine, Gruppo degli Altipiani
EsitoInconcludente
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Circa 157000 uomini e 1200 pezzi d'artiglieriaCirca 114000 uomini e 850 pezzi d'artiglieria
Perdite
Strafexpedition:
Circa 30000 perdite (5000 morti, 23000 feriti e 2000 dispersi)
Circa 14000 ammalati[1]
Controffensiva italiana:
Circa 52815 perdite (5203 morti, 22651 feriti e 24961 dispersi)[2]
Strafexpedition:
Circa 76132 perdite (6187 morti, 28544 feriti e 41401 dispersi)[1]
Controffensiva italiana:
Circa 71598 perdite (9266 morti, 48098 feriti e 14060 dispersi)[2]
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La battaglia degli Altipiani[3] (nella storiografia tedesca Südtiroloffensive, "Offensiva del Sudtirolo"[4][5][N 1]) fu combattuta dal 15 maggio al 27 luglio 1916 sul fronte italiano della prima guerra mondiale, e vide l'Imperiale e regio esercito austroungarico al comando del generale Franz Conrad von Hötzendorf attaccare il Regio Esercito al comando del generale Luigi Cadorna lungo il settore delle Prealpi Vicentine.

L'offensiva, conosciuta in Italia col termine di Strafexpedition ("Spedizione punitiva")[N 2] per sottolineare la presunta volontà dell'Impero austroungarico di punire l'Italia per aver disatteso la Triplice alleanza ed essere scesa in guerra a fianco dell'Intesa[6], fu l'unica offensiva austroungarica sul fronte italiano tra l'entrata in guerra dell'Italia nel maggio 1915 e la battaglia di Caporetto dell'ottobre 1917. L'offensiva di Conrad si sviluppò tra il 15 maggio e il 16 giugno 1916, dopodiché, con l'esaurimento dell'offensiva, tra giugno e il 27 luglio ebbe invece luogo la controffensiva italiana.

Questa battaglia nacque dalla volontà austroungarica di condurre un'offensiva su larga scala che avrebbe permesso all'esercito imperiale d'invadere la Pianura veneto-friulana, isolare il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola italiana e porre fine alla guerra sul fronte italiano, consentendo di concentrare la totalità delle proprie forze sul fronte orientale contro l'Impero russo. Tuttavia, le difficoltà logistiche, la concomitanza dell'offensiva Brusilov sul fronte orientale e l'afflusso di rinforzi italiani decretarono il fallimento dei piani asburgici, con l'esercito imperiale che decise di ripiegare su posizioni più facilmente difendibili.

Contesto strategico

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Cartina che mostra rilievi e località delle Prealpi Vicentine tra Trentino e Veneto in cui si svolsero le operazioni durante la battaglia degli Altipiani.

Dopo le fallimentari "spallate" sul fronte isontino del 1915 e la fine dell'iniziale spinta offensiva sul fronte trentino, per il Comando supremo militare italiano l'inizio del 1916 avrebbe dovuto rappresentare la ripresa delle operazioni offensive, senza che il piano strategico generale, che mirava a sfondare il fronte lungo l'Isonzo e il Carso, fosse mutato. I primi mesi di guerra avevano privato il Regio Esercito di moltissimi dei suoi ufficiali e il generale Luigi Cadorna aveva visto frustrate le sue speranze di una soluzione rapida e definitiva della guerra. Le capacità di ripresa dell'esercito austroungarico e la tenacia con cui le sue unità si battevano fecero inoltre svanire gli entusiasmi iniziali e fecero nascere la consapevolezza nei comandi italiani della necessità di usare con più accortezza le proprie risorse[7].

Il primo inverno di guerra era stato utilizzato dagli italiani per ampliare le dotazioni di supporti tecnici indispensabili per la guerra di trincea: si spese molto per aumentare le dotazioni di mitragliatrici e infoltire il parco artiglierie, anche usufruendo degli aiuti e dei rifornimenti degli Alleati. Con l'arrivo della primavera, il comando supremo decise quindi di concentrarsi sul campo trincerato di Gorizia e sui bastioni del Monte San Michele e del Sabotino, per poi puntare lungo il Carso di Comeno verso l'Hermada, con la volontà di sfondare lì dove nel 1915 l'offensiva italiana era stata neutralizzata dagli austro-ungarici al costo di grandi perdite umane. Il 1916 nacque sotto migliori auspici per l'Italia; il miglioramento dell'addestramento e degli armamenti e le rassicurazioni avute durante la Conferenza di Chantilly del dicembre 1915 riguardo alla nascita di un coordinamento interalleato, avrebbero dato vita ad «operazioni simultanee» che avrebbero dovuto impedire agli Imperi centrali di spostare liberamente le truppe lungo le linee interne. Ciò diede a Cadorna nuova fiducia per il prosieguo della campagna[8].

Gli Imperi centrali, però, non stettero a guardare e nel 1916 erano quanto mai decisi a uscire dall'impasse che aveva caratterizzato il primo anno e mezzo di guerra. Dopo aver sconfitto la Serbia, il capo di stato maggiore dell'esercito tedesco Erich von Falkenhayn e l'omologo austro-ungarico Conrad poterono rivolgere la loro attenzione verso occidente, anche perché il fronte orientale era in fase di stallo, con i comandi zarista e austro-ungarico impegnati a riorganizzare e rinforzare i rispettivi eserciti a seguito delle enormi perdite subite da entrambi gli schieramenti nel primo anno e mezzo di guerra. Così Vienna decise di rivolgere la propria attenzione a occidente, contro l'Italia, nel tentativo di terminare la guerra su quel fronte e poter successivamente concentrarsi esclusivamente contro le armate dello Zar Nicola II[9].

Il capo di stato maggiore Conrad, peraltro, non poteva ignorare i fattori psicologici ed economici in seno all'esercito. Le truppe della 5ª Armata austro-ungarica sul fronte italiano si erano battute brillantemente, ma, dopo quasi due anni di combattimenti, era altresì necessario dare agli uomini una prospettiva di vittoria e non solo utilizzarli come scudo difensivo. Parallelamente, non era più possibile trascurare il logoramento che i soldati al fronte e i civili nelle retrovie dovevano affrontare; i rifornimenti alimentari iniziavano a scarseggiare e il prosieguo della guerra su due fronti risultava insostenibile per le risorse dell'Impero austro-ungarico, che, allo stesso tempo, iniziava a dipendere sempre di più dai rifornimenti e dai rinforzi tedeschi[10].

I piani austro-ungarici

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Il capo di stato maggiore dell'Imperiale e regio esercito austro-ungarico Franz Conrad von Hötzendorf
Il capo di stato maggiore dell'arciduca Eugenio Alfred Krauß

Consapevole del vantaggio strategico offerto dal saliente trentino, Franz Conrad von Hötzendorf già da tempo propugnava l'idea di una guerra preventiva contro l'Italia, tramite un'offensiva che partisse dall'altopiano di Asiago e avanzasse fino al mare, tagliando fuori il Friuli e il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola[11]. Per Conrad, un'offensiva in grande stile contro l'Italia dal Trentino avrebbe potuto mettere fuori gioco l'avversario e salvare l'Impero dalla dissoluzione. A differenza del fronte russo, quello italiano offriva infatti buone prospettive di vittoria. Un'offensiva dal Trentino richiedeva minori forze e avrebbe permesso di prendere alle spalle l'intero esercito italiano stanziato sull'Isonzo, costringendolo ad una ritirata precipitosa. In questo quadro, l'altopiano di Asiago acquisì un'importanza fondamentale, perché costituiva un pericoloso saliente incuneato nel territorio italiano, che offriva agli austro-ungarici la migliore via di penetrazione verso la Pianura Padana. Non da meno fu l'importanza che acquisì anche la Vallagarina, da cui l'esercito di Conrad avrebbe potuto minacciare i centri produttivi del bresciano e del milanese, che costituivano un allettante obiettivo strategico[12][13].

I preparativi per la battaglia iniziarono a dicembre 1915. Le forze disponibili erano però limitate e Conrad non disponeva delle 16 divisioni che riteneva necessarie per l'offensiva. Propose quindi a Falkenhayn d'impiegare truppe tedesche sul fronte italiano o almeno lo spostamento di un certo numero di divisioni tedesche in Galizia per permettere l'afflusso di più unità austriache in Tirolo[14]. Il piano originario prevedeva un doppio attacco: uno sul fronte dell'alto Isonzo, diretto verso Udine, e uno su quello del Trentino meridionale, puntando sul basso Piave, confidando che gli italiani, anche se fossero riusciti a resistere a uno dei due attacchi, non avrebbero avuto riserve a sufficienza per rispondere a entrambi. Tutto ciò avrebbe dovuto avvenire con almeno 7 divisioni tedesche da schierare sia durante l'attacco sia durante lo sfruttamento del successo. I tedeschi, però, non avevano una grande fiducia nelle capacità militari dell'alleato austriaco, e la richiesta di Conrad di mettere le unità tedesche sotto la direzione dello stato maggiore austro-ungarico non aiutò a convincere Falkenhayn, che rifiutò più volte le richieste di aiuto pervenute a dicembre 1915, gennaio e febbraio 1916[15].

Non potendo contare sull'aiuto di Falkenhayn, impegnato nei preparativi per la battaglia di Verdun, Conrad si decise ad operare autonomamente sancendo una prima rottura tra i comandi austriaco e tedesco[N 3], fiducioso di poter sconfiggere l'Italia anche senza aiuti[16]. I pianificatori austro-ungarici furono quindi costretti a limitare l'attacco su di un solo punto del fronte, e per decisione di Conrad venne privilegiato il saliente trentino a causa dei vantaggi strategici offerti a discapito dei problemi logistici che avrebbe incontrato un'armata all'attacco su un terreno aspro e montuoso[17][N 4]. Per trovare gli effettivi necessari vennero distratte forze dal fronte russo e da quello dell'Isonzo, fino a disporre di almeno 14 divisioni, con 190 battaglioni di fanteria (circa 156 000 uomini) e 1200 pezzi d'artiglieria, per un totale di circa 300 000 uomini, compreso il personale d'artiglieria, del genio e dei servizi vari[18]. Conrad scelse dunque di correre un rischio calcolato, contando sulla passività dei russi e degli italiani, forte comunque di truppe ben addestrate e motivate e di un'importante massa di artiglieria[19]. Il servizio d'informazioni dell'esercito austro-ungarico, però, diede una cattiva prova di sé, non rilevando il forte sviluppo numerico dell'esercito italiano nei primi mesi del 1916 né rendendosi conto del grosso concentramento di unità nella pianura veneta, che, in ultima analisi, avrebbe deciso il corso dell'offensiva di Conrad. I piani austro-ungarici si basarono quindi su una sottovalutazione delle risorse morali e materiali degli italiani, rafforzata dalle disastrose prove offerte dalle forze italiane durante le sanguinose offensive sull'Isonzo[20].

Obice d'assedio austroungarico da 42 cm in posizione a monte Rovere alla vigilia dell'offensiva

Il mese di febbraio fu particolarmente mite, e Conrad si persuase di poter lanciare l'attacco in aprile[21]. Dal quartier generale dell'AOK (K.u.k. Armeeoberkommando) a Teschen partì una comunicazione al comando del fronte sud-occidentale a Marburg, dove l'arciduca Eugenio venne informato dell'offensiva prevista[17]. L'ambizioso attacco sarebbe stato condotto dall'11ª Armata di Viktor Dankl von Krasnik, col XX Corpo d'armata (arciduca Carlo I) schierato al centro e diretto verso l'altopiano di Folgaria in direzione Arsiero; l'VIII Corpo (generale Viktor von Scheuchenstuel) sulla destra, diretto a forzare il passo Buole, il Coni Zugna-Passo della Borcola per dirigersi verso la Vallagarina; il III Corpo (generale Joseph Krautwald von Annau) schierato sull'ala sinistra in direzione Asiago e posizionato a sostegno del XX Corpo per evitare un insuccesso da parte dell'unità al comando dell'erede al trono Carlo I[22]. L'attacco si sarebbe attestato quindi sulla linea Thiene-Bassano, per poi lasciare il campo alla 3ª Armata di Hermann Kövess von Kövesshaza, richiamato per l'occasione dal suo comando in Montenegro[23], che avrebbe sfruttato il successo e dilagato in pianura verso il basso Piave e Venezia forte del I Corpo d'armata (generale Karl von Kirchbach) e del XXI Corpo (generale Kasimir von Lütgendorf)[24]. Entrambi i comandanti d'armata erano generali di brigata di Conrad quando questi comandava l'8ª divisione di fanteria in Tirolo, prima del 1906[23][25][26].

In questo frangente si creò una controversia sul comando-controllo in seno all'esercito, in quanto con Conrad rimasto a Teschen, Dankl e Kövess furono di fatto agli ordini del generale Alfred Krauß, capo di stato maggiore dell'arciduca Eugenio. Krauß faceva parte della schiera dei critici di Conrad ed entrò presto in contrasto con Dankl e Kövess, tanto più perché Krauß aveva apportato modifiche al piano di battaglia per favorire il successo locale del XX corpo d'armata dell'arciduca, togliendo unità d'artiglieria alle altre unità dell'armata di Dankl[23].

Aprile si rivelò una data eccessivamente ottimistica per l'avvio dell'offensiva. Nei mesi precedenti, in Tirolo cominciarono ad affluire uomini, mezzi, armamenti e rifornimenti imponenti. Tuttavia, non fu un'impresa facile per via della necessità di non destare sospetti nel nemico e per le difficoltà di un sistema viario e ferroviario sottodimensionato ed esposto al maltempo. A marzo vi furono imponenti nevicate e, tra marzo e aprile, Conrad fu costretto a ridurre l'afflusso dei convogli ferroviari, mentre, col traffico stradale sempre più difficoltoso, rifornimenti e derrate alimentari esposti alle intemperie deperirono, compromettendo le riserve in vista della battaglia. Queste difficoltà spinsero infine Conrad a posticipare l'inizio dell'operazione al 15 maggio per aspettare lo scioglimento della neve e permettere a migliaia di soldati ed operai militarizzati di sgomberare e ripristinare sentieri e mulattiere, di costruire magazzini e nuove teleferiche e di approntare nuovi ricoveri per la truppa[27][28].

La situazione del Regio Esercito

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Il capo di stato maggiore del Regio Esercito Luigi Cadorna
Il comandante della 1ª Armata italiana Roberto Brusati

I movimenti di truppe e materiali verso il Trentino non sfuggirono agli italiani, tanto che già a dicembre 1915, all'Ufficio Informazioni della 1ª Armata a Verona, sotto gli ordini di Tullio Marchetti, giunsero le prime segnalazioni, che divennero via via più insistenti. Il 1º aprile 1916 l'Ufficio del Comando supremo a Udine trasmise il bollettino n.75, nel quale veniva messo in evidenza il concentramento di artiglierie nemiche verso la Vallagarina e la Valsugana, zone dalle quali era previsto un attacco «a fondo sugli Altipiani e forse in Valsugana»[29]. Il 13 aprile, quotidiani italiani e francesi pubblicarono dati piuttosto precisi su armamenti e uomini impegnati nell'operazione[30]. Nonostante ciò, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito continuò a ignorare avvertimenti e richieste di rinforzi, ritenendo inverosimili e inattendibili le informazioni raccolte fino a quel momento, col risultato che, a meno di una settimana dall'inizio dell'offensiva, Cadorna continuò a professare pubblicamente di non credere alla possibilità di un'offensiva[31].

Nelle sue memorie, Cadorna si giustificò sostenendo che le ragioni per cui non credeva alla possibilità di un'offensiva fossero la consapevolezza dell'imminenza dell'offensiva Brusilov a oriente, il fatto che sembrasse impossibile che gli austriaci potessero scegliere l'impervio territorio trentino come luogo di scontro e, infine, il ritenere impossibile che Conrad potesse raggiungere i suoi obiettivi con le poche truppe schierate in Trentino. Naturalmente, oltre a risultare considerazioni scritte a posteriori, tutto questo non coincideva con le evidenze raccolte dal servizio informazioni e con quanto si avvertiva sul fronte della 1ª Armata risultando nei fatti un grossolano errore di valutazione[31]

Nei fatti Cadorna continuò ad ignorare tutti gli avvertimenti[N 5] e convinto che Conrad non avrebbe mai rischiato un attacco su un terreno tanto impervio, pur non credendo all'entità della minaccia non mancò di prendere alcune decisioni riguardo alla disposizione di truppe e rinforzi nella zona[32]. A marzo vennero spostate in Veneto due divisioni al comando della 1ª Armata del generale Roberto Brusati, traendole dalla 2ª e dalla 3ª Armata schierate sul fronte isontino, rimasto tranquillo per tutto l'inverno, e ordinò la creazione di un nucleo di 16 battaglioni alpini a Marostica[32]. Le speranze di Conrad di avere una superiorità numerica doppia in un piccolo settore del fronte vennero dunque meno dato che l'armata di Brusati crebbe a 114 000 uomini e 850 cannoni, contro i 157 000 uomini e 1200 cannoni austro-ungarici[21].

Fin dall'inizio della guerra, il settore trentino venne considerato da Cadorna secondario, in quanto privo di obiettivi strategici e ben protetto dalle fortificazioni austroungariche della zona. Nonostante gli ordini strettamente difensivi, Brusati diede alla sua armata un'impronta spiccatamente offensiva, compiendo difficili e sanguinosi attacchi che portarono le truppe italiane fin sotto le fortificazioni nemiche, in posizioni difficili da mantenere, poco difendibili e scarsamente utilizzabili. Parallelamente, vennero trascurate la preparazione delle linee difensive più arretrate e la costituzione di riserve[33]. Nei primi mesi del 1916 Brusati aveva autonomamente effettuato alcune avanzate in Valsugana che avevano spostato il fronte in avanti, disinteressandosi della direttiva di Cadorna di febbraio nella quale il comandante supremo definiva che la linea di resistenza principale nel settore non dovesse essere quella avanzata, ma quella dei «capisaldi retrostanti, capaci della massima resistenza e già precedentemente organizzati», da Ospedaletto in Valsugana a Marco in Vallagarina, per cima della Caldiera, cima Portule, Verena, Campolongo, Spitz Tonezza, Campomolon, Toraro, Col Santo, Zugna Torta[34]. A marzo durante la Quinta battaglia dell'Isonzo (che doveva essere soprattutto un'offensiva dimostrativa richiesta dai francesi per alleggerire il fronte di Verdun) la 1ª Armata effettuò alcune azioni verso Calliano e Caldonazzo senza avvertire il comando supremo, e alla vigilia dell'attacco austroungarico la linea di difesa principale rimase quella avanzata, con Brusati che utilizzò i materiali giunti a rinforzo della linea dei capisaldi per rafforzare le nuove linee raggiunte, con la sola raccomandazione di far retrocedere tempestivamente le truppe verso la linea dei capisaldi in caso di attacco[35].

Cadorna, d'altro canto, a causa della sua tendenza ad accentrare su di sé il controllo dell'esercito e della sua propensione a non tollerare collaboratori troppo autorevoli, tese a mantenere un controllo diretto su tutte le armate, anche se in realtà non poté occuparsi veramente delle armate sul fronte alpino perché la sua attenzione era assorbita quasi interamente dal fronte dell'Isonzo e dalla programmata offensiva primaverile verso Gorizia. Così il comandante supremo non si accorse appieno del comportamento disubbidiente di Brusati[36]. I primi di maggio, Cadorna si recò al fronte della 1ª Armata, constatando che, ad eccezione del settore di Tonezza, il fronte era pericolante e la linea difensiva principale era troppo avanzata. I comandanti sul posto, però, si dissero ottimisti e Cadorna lasciò sostanzialmente la situazione inalterata, sempre convinto che gli austroungarici non si sarebbero impegnati seriamente in un settore montano. Di fatto, però, la 1ª Armata rimase in posizione troppo avanzata e priva di forze di riserva utili per un'eventuale battaglia difensiva; il V Corpo era di fatto privo di riserve e le riserve d'armata e del Comando Supremo erano lontane, stanziate in pianura. Brusati, con l'avvicinarsi della possibile offensiva nemica, non seppe far altro che richiedere insistentemente rinforzi e, l'8 maggio, una settimana prima della battaglia, Cadorna decise di sostituirlo col generale Guglielmo Pecori Giraldi. Questi, però, non ebbe tempo di prendere contatto con i comandi in sottordine e di modificare lo schieramento[37]. Dopo che, per oltre un anno, Brusati aveva dato rassicurazioni riguardo al piano difensivo della sua armata, tanto da non rispettare le direttive di Cadorna, quando questi si vide investito da continue richieste di rinforzi, credette che Brusati si fosse fatto prendere dal panico e non risultasse più abbastanza risoluto e fiducioso nella vittoria, il che avrebbe creato sfiducia nei sottoposti e, indirettamente, nella truppa. Da qui la scelta di sostituirlo con Pecori Giraldi[32][N 6]

Svolgimento delle operazioni

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Lo sfondamento austroungarico in Vallarsa e Folgaria

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Verso le 06:00 del mattino del 15 maggio, un imponente fuoco d'artiglieria del XX Corpo e del III Corpo sconvolse le prime linee italiane lungo un fronte di appena sei chilometri tra Lavarone e Folgaria, seguito dall'avanzata della fanteria austroungarica che, di fatto, colse impreparati i comandi locali italiani. L'artiglieria italiana, posizionata troppo a ridosso del fronte, inferiore di numero e di potenza, non fu in grado di reagire né di rallentare l'avanzata avversaria con un fuoco di sbarramento e fu travolta, mentre le fanterie italiane, scioccate da una potenza di fuoco mai vista prima sul fronte italiano e impossibilitate a reagire, si arresero o si ritirarono disordinatamente su linee di difesa improvvisate che cadevano a poco a poco. Verso sera la situazione era già drammatica per gli italiani, i quali resistevano sui capisaldi di monte Maronia e del Soglio d'Aspio, attorno a Folgaria, mentre la parte centrale del fronte era già stata sfondata. Il 18 maggio l'intero XX Corpo d'armata austriaco era interamente in territorio italiano, mentre il giorno seguente la linea difensiva dalla Vallarsa alla val d'Astico cedette, arretrando[38][39].

Le cupole corazzate del forte Campolongo divelte sotto i colpi dell'obice Škoda da 380 mm soprannominato "Barbara"
Pezzi d'artiglieria italiani da 280 mm abbandonati al forte Campomolon

Se da un lato gli austriaci misero in campo una superiorità assoluta di artiglieria, sfruttando al meglio l'effetto sorpresa, il comando supremo italiano fin da subito cercò di trasferire il confronto sul piano della logistica e della superiorità numerica, inviando al fronte il maggior numero possibile di uomini nel minor tempo possibile. Già dal 16 maggio cominciarono ad affluire rinforzi dalle divisioni schierate sul fronte Giulia per costituire la 5ª armata, comandata da Pietro Frugoni, e in undici giorni furono trasferiti sugli altipiani circa 100000 uomini e 21000 quadrupedi, in un'imponente operazione logistica che coinvolse 214 tradotte e quasi 1000 autocarri. Ma l'operazione avvenne senza la dovuta preparazione e con grave approssimazione e superficialità, perché, appena giunti in Veneto, gli uomini vennero inviati al fronte senza alcuna preparazione, equipaggiamento da montagna, mappe del fronte né ordini adeguati, e spesso, dopo lunghe e estenuanti marce di trasferimento in montagna, vennero lasciati privi di acqua e cibo. Queste gravi trascuratezze causarono la perdita di migliaia di soldati, con interi battaglioni costretti ad andare in battaglia in condizioni inadeguate, senza poter far altro che arretrare, arrendersi e addirittura disertare, venendo completamente annientati[40].

Rappresentazione artistica di Fritz Neumann dei combattimenti sul monte Maggio

Sul lato destro dello schieramento austroungarico, l'artiglieria posizionata nella zona di Folgaria continuò a martellare gli italiani per tutto il giorno, finché alle ore 07:00 del 16 iniziò l'assalto contro il monte Coston e il Soglio d'Aspio, che cadde attorno alle 11:00, contemporaneamente al monte Maronia. La caduta del Maronia creò una grave minaccia di aggiramento per tutte le truppe italiane sulla destra, minacciando il fianco sinistro dello schieramento difensivo nell'alta Val Terragnolo[39]. Alle truppe dislocate tra i villaggi di Piazza e Valduga fu ordinato di ripiegare a valle, lungo la direttrice che conduce al passo della Borcola, per contribuire alla difesa dello sbarramento del Col Santo, dove era stanziato il battaglione alpino "Monte Berico"[41].

Intorno alle 03:00 della mattina del 17 maggio, gli scontri si riaccesero in direzione del Coni Zugna, una lunga cresta che divideva la Vallagarina e la Vallarsa e costituiva una sorta di bastione naturale di grande importanza per la difesa del fronte. L'attacco austroungarico mise in crisi lo schieramento difensivo italiano all'altezza dello Zugna Torta, dove la linea difensiva fu abbandonata scoprendo il fianco delle truppe italiane che affluivano dalla Vallarsa. Gli italiani ripiegarono su una nuova linea difensiva, approssimativamente parallela, stesa tra la malga Zugna e la Cisterna di Zugna. Il 17 si rivelò drammatico anche per le truppe schierate in alta Val Terragnolo, con gli austroungarici che presero monte Maggio, incuneandosi in profondità nel dispositivo difensivo italiano. Tuttavia, le truppe imperiali non colsero l'importanza del successo e non progredirono verso la Val Posina, perdendo l'opportunità di aggirare il Pasubio e prendere da dietro gli italiani ancora schierati sul Col Santo. I comandi austroungarici non utilizzavano ancora le tattiche d'infiltrazione e aggiramento che avrebbero avuto grande successo a Caporetto poco più di un anno più tardi, per cui preferirono attendere l'arrivo dell'artiglieria e richiamare le truppe troppo avanzate per riportare il fronte "in ordine"[42].

Da parte italiana non ci si accorse fin da subito della portata dell'attacco, e solo nel pomeriggio del 18 maggio si diede ordine di evacuare la popolazione civile, dando avvio a un esodo caotico che intasò le strade, peggiorando la situazione del traffico militare verso il fronte. Nel frattempo la crisi del fianco sinistro italiano andò di pari passo con la caduta dei perni centrali della difesa italiana. Caddero cima Campoluzzo e il Coston d'Arsiero, costringendo la 35ª Divisione italiana a ritirarsi su monte Toraro, Campomolon e Spitz Tonezza, postazioni peraltro prive di trinceramenti organizzati e di posizioni difensive. Alle 18:30 il comandante del V Corpo italiano, generale Gaetano Zoppi, prese atto del ripiegamento e all'alba del 19 maggio poté dirsi concluso l'abbandono dell'altopiano di Folgaria da parte delle forze italiane, che retrocedettero verso lo sbarramento di Valpegara in Val d'Astico. Il movimento italiano spinse il comando della 3ª Armata austroungarica ad anticipare l'attacco verso Asiago al 20 maggio, per scongiurare l'assembramento di truppe italiane che avrebbero potuto sbarrare il passo Vezzena e quindi l'accesso ad Asiago[43].

La caduta del Col Santo

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Dopo quattro giorni d'intensi combattimenti, rallentato dall'artiglieria italiana tornata parzialmente in azione, l'VIII Corpo impiegò una divisione fresca per l'attacco decisivo a monte Coni Zugna e all'importante caposaldo a nord del Pasubio, il Col Santo. Il primo assalto austroungarico del 19 maggio fu respinto a monte Spil, ma dopo ripetuti attacchi il "caposaldo dei capisaldi" cadde in mano austriaca e, attorno alle ore 12:00, giunse il messaggio ai comandi imperiali: «Col Santo genommen!» ("Col Santo preso!"). I reparti italiani, dopo una prima resistenza, arretrarono per paura di essere circondati; così, diverse compagnie si ritirarono quasi senza combattere. La brigata "Volturno", dopo 12 ore di marcia ininterrotta, si stava dirigendo verso il Col Santo quando fu fermata ai piedi del monte e retrocedette senza poter entrare in azione. Al mattino del 20 maggio lo stesso Pecori-Giraldi, ancora ignaro della perdita del Col Santo, destituì il generale Oro e ordinò di resistere ad ogni costo sul Col Santo e sul Pasubio e, solo «in caso malaugurato», di ripiegare sulle cime meridionali (cima Palon) e sul Plan delle Fugazze. Ma la caduta del Col Santo era già avvenuta[44].

L'Altopiano sconvolto dai combattimenti

Preso l'importante caposaldo, i comandi austroungarici si preoccuparono di rimpinguare le fila dell'VIII Corpo, ordinando avvicendamenti e, allo stesso tempo, uno stop alle unità più esterne a vantaggio della progressione del XXI Corpo verso la Vallarsa. Venne deciso di avvicendare la 12ª Brigata da montagna con la 18ª Brigata da montagna, per ristabilire l'organico della 48ª Divisione, che si apprestava ad attaccare il Pasubio assieme ad altre due Brigate da montagna (9ª e 10ª)[45]. In questo modo andò persa l'occasione per le forze austroungariche di prendere il Pasubio, che ancora la sera del 20 era presidiata da sole due compagnie italiane. I difensori, dunque, sfruttarono questa sosta operativa per inviare dodici compagnie fresche sul monte e rinforzare le posizioni in vista di futuri attacchi[46].

Con la ritirata italiana tra la Vallarsa e la Val d'Astico e l'abbandono dei fondovalle, per gli austroungarici giunse il momento di muovere verso il passo Vezzena nella parte orientale del fronte, in direzione di Asiago, impiegando l'artiglieria del III Corpo di Krautwald[45]. Gli austroungarici però iniziarono a rendersi conto che la lentezza dell'offensiva permetteva agli italiani di migliorare le proprie capacità difensive e, nel tentativo di uscire dalla situazione che si stava creando sul versante occidentale del fronte d'attacco, Conrad decise di allargare l'offensiva ad est, impiegando il III Corpo d'armata ancora intatto, per attaccare la piana di Vezzena e dirigere verso Asiago. Se si fosse scesi rapidamente verso la conca di Asiago, seguendo il corso del torrente Assa, sarebbe stato possibile sfondare la Val d'Astico e puntare su Bassano del Grappa per sbloccare quindi la Val Brenta e prendere da tergo le forze italiane impegnate oltre Grigno[47].

Il 20 maggio l'esercito di Conrad diede inizio al poderoso attacco verso Asiago, per cui il perno dell'offensiva si spostò decisamente a est, mentre ad ovest, nei settori del Coni Zugna e del Pasubio, vennero lasciati relativamente tranquilli e impegnati in attività di rafforzamento delle nuove linee. Alcune pattuglie di Kaiserjäger intanto si erano spinte, senza combattere, sino quasi alla Val Posina, a Laghi e a Molini, trovando le località prive di truppe italiane, che nel frattempo avevano anche evacuato il passo Borcola dopo che aveva ceduto la linea monte Maggio-Toraro-Campomolon e Melegnone[48]. In pochi giorni l'11ª Armata aveva raggiunto i suoi obiettivi iniziali, conquistando il monte Testo, il Col Santo, il monte Toraro, il forte Campomolon e lo Spitz di Tonezza, mentre, da parte italiana, andò perduta quasi tutta l'artiglieria del settore e tra il 15 e il 20 maggio si contarono circa 16 000 perdite[38].

L'attacco verso l'Altopiano di Asiago

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Diversi militari sostano attorno all'obice rivolto verso l'alto.
L'enorme obice da 380 mm "Barbara" posizionato nei boschi di Costalta durante l'offensiva austroungarica
«Il nemico batte le nostre trincee con salve di batteria da 305. Il terreno muta fisionomia. Ripari, trincee, caverne, tutto è sconvolto. Questa notte tutto il nostro settore era una fiamma. Da lungi monte Toraro era tutto un vulcano.»

Alle ore 05:00 del 20 maggio gli austroungarici diedero inizio a un violento tiro d'artiglieria verso le linee italiane stanziate sulla piana di Vezzena, seguito dall'avanzata di pattuglie di Schützen del III Corpo di von Krautwald, che occuparono immediatamente il forte di Spitz Leve e diversi altri avamposti italiani della 34ª Divisione di fanteria, i quali, nonostante lo sbandamento iniziale, riuscirono a offrire una tenace resistenza lungo la linea basso Marcai-malga Costesin. Nel frattempo i comandi italiani inviarono in zona la brigata "Lambro" e reparti della brigata "Alessandria", ma verso sera la situazione si fece critica. All'alba del 21 il corpo d'armata di von Krautwald riprese l'attacco lungo tutto il settore sinistro, venendo rallentato dal peggioramento delle condizioni atmosferiche che condizionarono l'azione delle artiglierie, eccezion fatta per il settore del passo Vezzena, dove la visibilità rimase accettabile e l'artiglieria austroungarica poté compiere il proprio tiro distruttore senza particolari difficoltà[50].

Una fitta rete di strade attraversa l'abitato visto dall'alto.
Foto aerea di Asiago colpita dall'artiglieria austroungarica

I reparti italiani scontarono pesantemente l'assenza di un'adeguata tattica difensiva, mancando soprattutto di capacità di manovrare per guadagnare tempo in cambio di spazio e rinunciando alla difesa ad oltranza per privilegiare contrattacchi mirati ai fianchi delle colonne avversarie. Le truppe stanziate nella piana di Vezzena, non diversamente da quanto era accaduto alle truppe stanziate sull'altopiano dei Fiorentini, erano predisposte all'attacco e incapaci di affrontare il tiro di distruzione delle artiglierie nemiche, perfettamente posizionate per scompaginare le retrovie italiane[51]. Asiago e Gallio furono presi di mira dal cannone da marina da 354 mm "Lange Georg" posizionato a Calceranica, che sconvolse le vie di rifornimento al fronte e creò un grande panico fra la popolazione civile, che si riversò sulle strade, causando un enorme caos nelle retrovie italiane[52].

I fanti della "Ivrea" e della "Salerno" furono investiti dal tiro di centinaia di pezzi d'artiglieria austroungarici tra cui l'enorme obice da 380 mm, soprannominato "Barbara", nascosto nei boschi di Costalta, che costrinse i difensori a rintanarsi nei rifugi, per poi uscirne e costatare che le avanguardie nemiche avevano già circondato i capisaldi. Agli austroungarici, in realtà, spesso bastava attendere che i difensori italiani finissero le loro munizioni per averne ragione facilmente, anche perché le fanterie imperiali non utilizzavano ancora una vera e propria tattica d'infiltrazione, che i tedeschi metteranno a punto solo l'anno dopo, ma avevano metabolizzato gli insegnamenti del fronte orientale, in cui era necessario manovrare cercando i punti più deboli per disorientare i difensori. Viceversa, vincolati dai concetti di difesa campale e incentrati quasi esclusivamente sulla prima linea, i reparti italiani non riuscirono a sostenersi vicendevolmente, con un'aliquota di forze che rimase inoperosa mentre interi capisaldi e trincee venivano circondati e costretti alla resa, spesso da semplici pattuglie[53]. Il dispositivo italiano si rivelò presto totalmente incapace di garantire alle truppe costrette a ripiegare un adeguato sostegno logistico, costringendo i reparti avanzati a rimanere per giorni senza munizioni e cibo, venendo quindi sopraffatti dal nemico non tanto per mancanza di combattività quanto soprattutto per mancanza di rifornimenti[54].

Così, nonostante la capacità d'attacco austroungarica venisse rallentata dalla volontà di continuare a privilegiare la manovra "per alto", il cercare cioè di farsi strada attraverso le cime e le creste, invece di sfruttare appieno la capacità di movimento offerta dal solco della Val d'Assa e dalla sua rotabile, gli italiani furono costretti ad abbandonare l'intero altopiano di Vezzena e la linea Portule-Verena-Campolongo, il cui tempestivo presidio avrebbe garantito una posizione difensiva migliore rispetto a quelle più avanzate sulle quali si era deciso di resistere[54].

La perdita di cima Portule

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Lo spalto montano che inizia da monte Meatta, raggiunge cima Portule (detta Kempel dagli austroungarici) e termina a picco sul ciglio dell'altipiano sulla Valsugana era una posizione di grande valore per entrambi gli schieramenti, poiché dominava la Val d'Assa. Nella notte tra il 23 e il 24 si ebbero i primi combattimenti per occupare la parte nord della dorsale. Intorno alle ore 10:00 una compagnia di Schützen e un reparto da montagna travolsero i difensori italiani sul Portule, e nel pomeriggio giunsero ulteriori rinforzi, tanto che intorno alle ore 18:30 tutta la dorsale, sino quasi alla Bocchetta Portule fu abbandonata dagli italiani che ripiegarono lungo la Val d'Assa, mentre gli ultimi difensori del passo della Bocchetta ripiegarono intorno alle ore 20:00 dopo che le loro postazioni d'artiglieria furono distrutte dal tiro nemico. Il giorno successivo, anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia dell'anno precedente, venne ordinato di rioccupare il passo col 206º Reggimento della brigata "Lambro" e cinque compagnie dell''"Alessandria", le quali, a causa dell'asprezza del terreno e delle condizioni meteorologiche, furono fermate dai difensori[55].

In quei giorni il maltempo fermò le operazioni quasi in tutti gli Altipiani e gli imperiali si trovarono di colpo in una crisi logistica, costretti ad avanzare per strade sconosciute e guastate dai combattimenti, con ulteriori difficoltà dovute al fango che rallentava le marce dei soldati e il trasporto delle artiglierie. I combattimenti proseguirono con una certa intensità solamente sull'altipiano di Asiago, mentre negli altri settori erano frenati dal maltempo, con gli austriaci che esercitavano una moderata pressione solamente verso il Cimone d'Arsiero[56].

La perdita di una linea difensiva così importante non passò inosservata da parte del comando supremo italiano. Cadorna il 26 maggio si rivolse al comandante del neocostituito Comando Truppe Altipiano (CTA), Clemente Lequio, al quale fu ordinato di provvedere alla punizione dei reparti che si sospettava avessero indietreggiato o fossero sbandati: «L'E.V. prenda le più energiche e severe misure: faccia fucilare se occorre immediatamente e senza alcun procedimento i colpevoli di così enormi scandali a qualunque grado appartengano. [...] Si deve resistere o morire sul posto»[57]. L'offensiva austroungarica aveva creato panico e frustrazione nei comandi e, soprattutto, in Cadorna, il quale dovette gestire uno scacco militare, dovuto principalmente alla sua incapacità e a quella dei suoi collaboratori, che non seppero analizzare e interpretare correttamente i dati a loro disposizione. Ciò causò una reazione esasperata sul piano della disciplina, in cui il comandante supremo dell'esercito avallò formalmente il ritorno delle esecuzioni sommarie, un'eventualità prevista dal codice penale dell'esercito, ma che ora veniva incentivata. La sua applicazione sistematica inoltre non avrebbe comportato sanzioni agli ufficiali che l'avessero utilizzata ma al contrario avrebbe comportato dei premi, come avvenne per il colonnello Attilio Thermes, comandante del 141º fanteria della brigata "Catanzaro", che divenne il primo ufficiale al quale fu concesso l'ambito onore di un encomio solenne per aver decimato una compagnia del proprio reggimento accusata di sbandamento nel settore dell’altopiano di Asiago[58].

I provvedimenti repressivi continuarono nei giorni successivi, ma l'episodio forse più famoso legato alla battaglia in corso sull'Altopiano riguardò la brigata Salerno. Questa unità, dopo aver trascorso ben dieci mesi nel critico settore del monte Nero lungo l'Isonzo, nella primavera del 1916 venne trasferita nel più tranquillo settore trentino per un periodo di "riposo", venendo però sorpresa dall'offensiva austroungarica in quel settore. I reparti già stanchi e logorati dovettero affrontare una nuova battaglia e, durante i combattimenti, molti feriti del reggimento rimasero nella terra di nessuno per giorni. Quando i comandi notarono che molti di loro raggiungevano le linee austroungariche, diedero ordine di aprire il fuoco con mitragliatrici e pezzi d'artiglieria contro i fanti italiani che si stavano consegnando prigionieri. Successivamente il comando di corpo d'armata ordinò la decimazione dei militari della brigata Salerno, con solo uno degli otto fucilati dichiarato "reo". Ricevuta la notizia dell'avvenimento, Cadorna si dichiarò convinto che la giustizia non avesse colpito ciecamente e che, in circostanze eccezionali, andavano applicate misure eccezionali, anche se non sancite dalla legge[59].

L'abbandono della Val d'Assa

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Mezzi austroungarici in movimento in Val d'Assa
Soldati austroungarici su monte Zebio appena occupato

Il varco lasciato dal ripiegamento italiano apriva la via agli austroungarici verso Asiago, così i comandi del CTA schierarono i propri soldati sui capisaldi di monte Sisemol, del Kaberlaba, del Lemerle e dello Zovetto, dove fu costruita una serie di nuove trincee che si agganciavano alla forte linea naturale sulla sinistra della Val d'Assa, oltre Cesuna, dove un profondo burrone sembrava rendere le posizioni inespugnabili. A favore degli attaccanti vi fu la possibilità di utilizzare le posizioni sul monte Zebio e sullo Zingarella, abbandonate dagli italiani per scarsità di uomini a disposizione; così le artiglierie poterono essere spostate in avanti senza grossi impedimenti, in profondità della Val d'Assa, sino quasi alla Val Galmarara, che diverrà perno della retrovia imperiale nell'altipiano. Nel frattempo Asiago venne abbandonata dalle forze italiane e il 28 maggio venne occupata assieme ad Arsiero; quello stesso giorno si registrò un ulteriore grave errore dei comandi italiani: l'abbandono della riva sinistra dell'Assa[60].

Al comando della 30ª Divisione di fanteria fu ordinato di rafforzare la linea Punta Corbin-Cengio-Treschè Conca-Cesuna-monte Lemerle-Boscon organizzandosi per sorvegliare «nel modo ritenuto più efficace» la Val d'Assa. Tale ordine, però, era stato trasmesso soprattutto alla brigata "Granatieri", lasciando al resto della divisione il compito di sorvegliare il tratto Kaberlaba-Turcio, a sud di Asiago. Il generale Pennella dei "Granatieri" interpretò l'ordine in senso letterale, per cui si organizzò per occupare i luoghi espressamente citati, lasciando il ciglio sud della riva sinistra dell'Assa. Questa riorganizzazione della "Granatieri" mise in difficoltà i collegamenti con la 34ª Divisione nel settore del Cengio. Gli austroungarici, quindi, non ebbero difficoltà a risalire con alcuni battaglioni oltre l'Assa e a occupare Panega e Mosca, e alle 19:30 del 29 maggio anche punta Corbin, vicino all'omonimo forte italiano, aprendo la via al Monte Cengio. La 34ª Divisione di fanteria austroungarica, nel frattempo, giunse in forze a San Pietro Valdastico. Nonostante gli affrettati tentativi di riparare la situazione, la linea sgomberata non poté essere rioccupata e gli italiani non riuscirono a respingere gli austroungarici, ormai giunti negli abitati di Rotzo e Roana[61][62].

La ripresa dell'offensiva in Vallarsa

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Il 29 maggio le artiglierie austroungariche ripresero il tiro contro le linee italiane lungo tutto il fronte, concentrandosi però soprattutto in Vallarsa, dove le artiglierie posizionate sul Col Santo poterono colpire con precisione le postazioni italiane a difesa del Pasubio e del passo Buole, la cui caduta avrebbe permesso la discesa degli austroungarici in Vallagarina. Verso sera si ebbe il primo assalto delle fanterie, ma gli italiani riuscirono a difendere le posizioni, favoriti dalla nebbia e dalla conformazione del terreno, con gli attaccanti costretti a passare attraverso la stretta cresta montuosa, divisa dall'insellatura del passo Buole[63]. Nel frattempo, più a est in Val Posina gli italiani tentarono di riprendere la linea abbozzata in prossimità della bocchetta di Campiglia, dove i combattimenti si protrassero per due giorni tra la 27ª Divisione italiana e reparti dell'VIII Corpo d'armata austroungarico, i cui attacchi vennero inesorabilmente respinti dalle truppe italiane[63].

Attorno alle 20:30 del 30 maggio le truppe imperiali abbandonarono definitivamente i tentativi di conquista del Passo Buole, anche se alle 16:45 del giorno seguente vi fu un ultimo tentativo da parte austroungarica. Confidando di trovare le truppe italiane stanche e demoralizzate, le forze di Conrad attaccarono di nuovo, ma trovarono un battaglione fresco della brigata "Padova", che respinse l'attacco. L'episodio mise definitivamente fine alla battaglia del passo Buole, che passerà alla storia come "Termopili italiane"[64][65].

Svanite le speranze dell'11ª Armata di compiere il definitivo balzo offensivo coll'VIII Corpo oltre il Passo Buole, i comandi austroungarici decisero di attestarsi in difesa sulla linea raggiunta. La sconfitta sul Passo Buole ebbe l'effetto di convincere Dankl a effettuare il successivo tentativo di sfondamento col solo XX Corpo e con l'ala sinistra del solo VIII Corpo. In Val Posina, nel frattempo, il 30 maggio il XX Corpo tentò nuovi attacchi in direzione di monte Priaforà, che venne facilmente conquistato da un reparto esploratori del II battaglione del 1º Kaiserjäger, i quali colsero di spalle il reparto italiano di guardia della cima, che fuggì appena vide il nemico. Gli austroungarici, nonostante non avessero ancora ricevuto direttive precise, si lanciarono all'inseguimento degli italiani, che, colti completamente di sorpresa, non poterono far altro che ripiegare sulla linea appena tracciata sul monte Summano e sul Novegno, ultimi capisaldi montuosi prima della pianura di Schio e Thiene[66].

La battaglia di monte Cengio

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Il 30 maggio iniziò anche la battaglia del Monte Cengio, questa volta scatenata dai Granatieri di Sardegna del generale Pennella, che attaccarono nel tentativo di riprendersi la linea evacuata il 28. Intorno a mezzogiorno l'attacco italiano verso Forte Corbin fu fermato e gli austroungarici partirono immediatamente in controffensiva verso est, in direzione della località Fondi, alle porte dell'abitato di Treschè Conca. Il giorno successivo, mentre la 6ª Divisione austroungarica si attestava tra monte Zebio e monte Zingarella avanzando lentamente verso le Melette, scattò l'attacco verso monte Cengio. Intorno alle 14:00 iniziarono gli attacchi verso il Cengio, con gli italiani costretti a tamponare svariate penetrazioni avversarie lungo la linea difensiva, causate dai ripetuti assalti austroungarici, che, grazie a un costante afflusso di rinforzi, provocarono un inconsueto caos nei collegamenti italiani, divenuti assai precari anche a causa del continuo bombardamento austriaco[67].

La battaglia per il Cengio raggiunse l'apice il 1º giugno 1916, quando, dopo un violento bombardamento, alle ore 14:00 circa scattò il decisivo assalto della fanteria austroungarica, proprio mentre le fanterie italiane delle brigate "Catanzaro", "Pescara" e "Granatieri" si trovavano in linea, ormai frammischiate e a corto di uomini. Prima dell'arrivo dei rinforzi, le forze italiane vennero isolate e spinte verso gli ultimi scampoli di roccia sopra la Val d'Astico; così, il giorno successivo, i comandi austroungarici del XX Corpo programmarono lo sforzo decisivo. Dopo una giornata di combattimenti a monte Novegno e monte Giove, alle 02:00 di notte del 3 giugno gli austroungarici sferrarono un potente attacco notturno proprio mentre i fanti della brigata "Modena" della 32ª Divisione di fanteria del generale Gustavo Rostagno prendevano posizione sul Cengio per dare il cambio ai "Granatieri". Probabilmente gli attaccanti vennero a sapere del cambio nella prima linea italiana grazie ad intercettazioni telefoniche o grazie all'interrogatorio di qualche prigioniero, fatto sta che l'attacco scombussolò i comandi al fronte e sfaldò la linea italiana la quale nella tarda mattinata del 3 giugno cedette e alle 13:30 una colonna di Gebirsschützen prese alle spalle la posizione principale di monte Cengio costringendo gli italiani a ritirarsi in Val Canaglia, per attestarsi sulla linea tra monte Paù e colle del Busibollo, proseguendo verso est in direzione Kaberlaba[68]. Gli avvenimenti crearono grande apprensione nei comandi italiani e il generale Cadorna "silurò" sia Rostagno che Lequio, sostituendoli rispettivamente con i generali Carlo Bloise ed Ettore Mambretti[69].

Ultimi attacchi e l'arresto dell'offensiva

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Truppe imperiali su monte Zebio, luglio 1916

Con la conquista del Cengio, non si fermarono gli attacchi austroungarici contro l'estremità occidentale dell'Altopiano, in direzione di Paù-Zovetto-Lemerle, finché anche il III Corpo non venne fermato. Le sue unità erano ormai logore e sotto organico, e benché si fossero spinte oltre Asiago e avessero occupato Gallio e le pendici del Sisemol l'8 giugno e avessero strappato agli alpini il monte Fior, furono costrette a fermarsi. Le avanguardie austroungariche potevano scorgere oltre l'Altopiano la pianura veneta, e per un attimo i comandanti del settore ebbero l'illusione della vittoria, per cui furono colti dall'incredulità quando Conrad dovette sospendere le operazioni in Italia per la necessità di spostare truppe in Bucovina, dove le forze armate russe il 4 giugno avevano scatenato un attacco inatteso[70].

Sul fronte orientale, anche grazie alle pressioni italiane sul Comando interalleato, il generale Aleksej Brusilov scatenò un'offensiva che nei primi giorni scompaginò il fronte tenuto dall'arciduca Giuseppe Ferdinando, obbligando le linee austroungariche a ripiegare di diversi chilometri tra Luc'k e Okna[70]. In un primo momento, però, gli attacchi austroungarici in Italia non si fermarono. Dopo aver occupato Asiago, la 3ª Armata di Hermann Kövess si dispiegò verso l'estremità orientale dell'Altopiano, preparandosi ad attaccare il nodo delle Melette, per poi scendere lungo il Brenta e giungere a Bassano del Grappa col XVII Corpo. Il 6 giugno la 6ª Divisione assaltò le Melette e i capisaldi di monte Castelgomberto e di monte Fior, che furono occupati il 7 giugno.

Per le forze italiane sembrò inizialmente che il peggio fosse passato, ma inaspettatamente alle 04:00 del 10 giugno l'artiglieria asburgica tornò a colpire il Lemerle, che fu assaltato e conquistato da due reggimenti Schützen, per poi venire riconquistato dai fanti della brigata "Forlì" verso sera. All'alba del 12 giugno gli austroungarici attaccarono l'altopiano di Tonezza nel tentativo di prendere il monte Giove, ma le linee italiane resistettero e il 13 ricacciarono indietro gli attaccanti, che per due giorni cercarono inutilmente di conquistare il monte[71]. Al centro dell'Altopiano, gli attacchi della 3ª Armata vennero dunque contenuti dai capisaldi italiani sul Lemerle, nonostante la perdita del Sisemol, mentre sul settore di monte Novegno l'11ª Armata incontrò grosse difficoltà, col generale Dankl che il 16 giugno presentò le dimissioni a causa del parere negativo del comando supremo di reiterare gli attacchi contro monte Giove e passo Campedello[72]. Terminò così la cosiddetta "battaglia di Novegno", ossia l'ultimo tentativo austroungarico di sfondare la linea italiana nel settore degli altipiani[71].

Nel frattempo, l'8 giugno, Conrad si recò a Berlino per incontrare Falkenhayn e concordare le mosse future e contenere la minaccia ad est. Per ottenere l'invio di dieci divisioni tedesche sul fronte orientale, Conrad dovette accettare di sospendere l'offensiva in Italia e riportare quattro divisioni sul fronte russo[73]

Alcuni soldati sostano all'ingresso di un riparo roccioso.
Trincea austroungarica su Monte Cimone

Parallelamente, però, i combattimenti sugli altipiani non cessarono, e la speranza di uno sbocco in pianura rimase affidata all'attacco del I Corpo schierato fra Boscon e la Val Canaglia, che il 14 giugno attaccò in direzione di Cesuna e del monte Zovetto, difeso dalla brigata "Liguria", che resistette ai violenti attacchi nemici. Con lo spegnersi di questi ultimi attacchi e con l'Offensiva Brusilov in corso, Conrad, come da accordi con i tedeschi, interruppe l'offensiva sugli altipiani e nel pomeriggio del 16 giugno giunse l'ordine di ritirare le prime due divisioni e passare alla difensiva. Pochi giorni dopo, il tenente colonnello Karl Schneller scrisse nel suo diario personale: «Con questo si può fare una croce sulla guerra contro l'Italia»[1].

Dopo pochi giorni le truppe austroungariche iniziarono un ripiegamento ordinato lungo la "linea di resistenza a oltranza" (o "Winterstellung") che correva dal Pasubio alla Valsugana, in Val d'Astico alle spalle della Conca di Posina e conservando il Cimone d'Arsiero, infine sull'Altipiano, oltre il solco della Val d'Assa, da monte Interrotto al monte Ortigara, abbandonando dunque Arsiero, Asiago e Camporovere. Tra i capisaldi citati nella nuova linea difensiva spiccarono i futuri sanguinosi teatri di guerra del vicentino: il Pasubio e l'Ortigara. Una polemica accompagnò la decisione di attestarsi sul Cimone d'Arsiero, dato che l'erede al trono, arciduca Carlo, propendeva per il suo abbandono, mentre il nuovo comandante dell'11ª Armata, Franz Rohr von Denta, al contrario era molto determinato a mantenere il possesso del Cimone[74]. Anche in questo caso i movimenti austroungarici presero alla sprovvista le forze italiane, che reagirono tardivamente al ripiegamento avversario, permettendo alle forze di Conrad di tornare sulla difensiva tra il 24 e il 26 giugno e di stabilizzare il nuovo fronte, con la sostanziale differenza che, da allora, la linea del fronte era interamente in territorio italiano. Alle forze italiane spettava adesso il compito di riguadagnare il terreno perduto, ma le truppe austroungariche riuscirono a ritirarsi senza subire perdite e senza lasciare materiale bellico rilevante all'avversario, sistemandosi su posizioni molto forti e già allestite[75]. Nonostante la sorpresa iniziale, le forze italiane iniziarono a riprendere parte del terreno perso dando inizio alle prime azioni contro la nuova linea difensiva occupata dagli austroungarici[76]. Tuttavia, le nuove posizioni italiane rimasero esposte ad attacchi nemici; come ricorda Giulio Douhet: «Rioccupammo il terreno sgombrato e risalimmo, secondo il solito, fin sotto le posizioni difensive nemiche. Secondo il solito siamo attestati dove conviene al nemico. Non andremo più innanzi, ci fermeremo qui, come ci siamo fermati sul resto della fronte, mancandoci le forze e i mezzi per procedere»[77].

La controffensiva italiana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Monte Corno.

Nonostante i tentativi austroungarici non fossero ancora terminati, alle ore 08:00 del 9 giugno 1916 la 44ª Divisione di fanteria italiana di stanza sul Pasubio diede inizio alla prima controffensiva, attaccando lungo il colle Parmesan, a valle del passo Buole in Vallarsa. Le operazioni in zona continuarono fino al giorno 11, quando la forte resistenza austroungarica consigliò agli italiani di mettersi sulla difensiva[78].

Uomini e veicoli formano una colonna sulla strada sterrata.
Pezzi di artiglieria italiana da 102 mm, mimetizzati, trasportati con autocarri sull'altopiano dei Sette Comuni, luglio 1916

Solo col ripiegamento definitivo austroungarico, però, iniziarono realmente le operazioni italiane per riprendere le linee perdute a maggio. I contrattacchi italiani furono però frettolosi, poco coordinati e molto onerosi: il territorio riconquistato fu circa solo un terzo o un quarto di quello perduto[79], ma per gli uomini della 1ª Armata si trattò comunque di un'imponente azione controffensiva che tra giugno e luglio causò decine di migliaia di caduti, generando come unici effetti degni di nota la conquista di qualche centinaio di metri di terreno sullo Zebio, sul Corno di Vallarsa e sul monte Cimone d'Arsiero[80]. La 1ª Armata non presentava le condizioni minime per condurre un'offensiva adeguata in un terreno così impervio e sconvolto dalla battaglia, anche perché spesso le azioni offensive rispondevano più a una logica di affermazione morale che a reali logiche militari. Un quadro della precarietà della situazione delle truppe italiane è riscontrabile in quanto scritto dal capitano dei carabinieri Santovino: «La nostra fanteria, riparata alla meglio con trincee improvvisate, subisce gravi perdite. La prima linea registra molti morti e i feriti si agglomerano a villa Rossi dove si è stabilito il primo posto di medicazione. Mancano le ambulanze per trasportare i feriti nelle retrovie; molte barelle di feriti si sono agglomerate davanti al posto di medicazione, esposte ai tiri d'artiglieria»[81].

Fu in questo contesto che gli irredentisti Cesare Battisti e Fabio Filzi furono catturati mentre guidavano i loro uomini del battaglione alpino "Vicenza" nella conquista del monte Corno. L'attacco condotto nella notte del 10 luglio 1916 non ebbe successo e il battaglione fu quasi del tutto annientato. Tra i 400 prigionieri, anche Battisti e Filzi, che sarebbero stati arrestati e giustiziati a Trento per tradimento dopo un processo sommario il 12 luglio 1916[82].

La superiorità di uomini messi in campo da Cadorna fu quasi sempre vanificata da una mancanza di ordini chiari e precisi, di un supporto di artiglieria adeguato, dalla scarsa conoscenza del fronte da parte delle truppe e dalla mancanza di equipaggiamenti idonei alla guerra in montagna. Il risultato fu la mancanza di qualsiasi sfondamento deciso e il semplice avanzamento delle prime linee italiane di fronte alla nuova linea austriaca. Il 27 luglio, Pecori Giraldi interruppe qualunque azione controffensiva, essendo evidente il bisogno di un riordinamento operativo e organizzativo delle linee italiane, ora più estese, che richiedeva quindi un numero maggiore di uomini per essere presidiate rispetto alla situazione precedente al 15 maggio. I circa trenta giorni di offensiva costarono al Regio Esercito la perdita di altri 71600 uomini (57400 tra morti e feriti e 14200 dispersi), agli austroungarici circa 52900 (27900 morti e 25000 dispersi). In totale durante tutta la durata dei combattimenti vi furono 222500 tra morti, feriti e dispersi per entrambi gli schieramenti, ossia in media 3700 perdite al giorno[77]

L'altopiano divenne un campo di battaglia molto conteso per il resto della guerra e il saliente trentino continuò ad incombere sull'esercito italiano schierato sull'Isonzo. Cadorna, dal canto suo, continuò a dare poca importanza al settore, concentrandosi soprattutto sul fronte carsico, tanto da attirare le critiche del capo di stato maggiore imperiale britannico William Robertson, che, in visita al fronte trentino nel febbraio 1917, si chiese come mai Cadorna non intendesse sferrare un'offensiva per sventare definitivamente la minaccia del saliente trentino. Cadorna, dal canto suo, fece addirittura sapere che intendeva smentire l'affermazione di Napoleone secondo cui l'Austria avrebbe potuto essere occupata sull'Isonzo solo a condizione di avere già sotto controllo il Trentino[83].

Analisi e conseguenze

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Lo stesso argomento in dettaglio: Sesta battaglia dell'Isonzo.

Ripercussioni in Italia

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L'offensiva austroungarica causò molta apprensione sia nell'esercito che in Italia; il clamoroso successo iniziale del nemico, l'invasione del territorio nazionale, la distruzione delle cittadine italiane di frontiera (Asiago fu il primo centro abitato a essere raso al suolo) e l'esplodere del fenomeno dei profughi impressionarono fortemente l'opinione pubblica italiana[84]. Il tutto accresciuto dalla pubblica consapevolezza che il comandante supremo non escluse la possibilità di ritirarsi fino al Piave nelle fasi iniziali critiche dell'attacco. Gli austroungarici, però, non riuscirono a penetrare in profondità, col Regio Esercito che nonostante le manchevolezze nelle tattiche difensive riuscì ad opporre una valida resistenza e, successivamente, costrinse l'esercito di Conrad ad indietreggiare, riprendendo parte del territorio perso. Tuttavia, lo stato d'animo delle truppe italiane variò considerevolmente a seconda delle circostanze di tempo e di luogo. Come scrisse lo storico Piero Melograni: «Accanto a gesta coraggiose ed audaci di tanti reparti, si dovettero rilevare casi di defezione e di indisciplina», che, numericamente, non furono rilevanti, ma produssero grande impressione e conseguenze nel governo delle truppe[85].

Armi italiane di preda bellica durante le prime fasi dell'offensiva messe in mostra in piazza Dante a Trento

Tornato da una visita al fronte il 29 maggio, il ministro della Guerra generale Paolo Morrone riferì al Consiglio dei ministri quanto riferitogli da Cadorna stesso, ossia che le ali dello schieramento italiano avevano ben retto all'urto, ma al centro le truppe avevano opposto una resistenza meno efficace, soprattutto a causa della lunga inattività che aveva contraddistinto quel settore del fronte. Ciò portò ad episodi di fucilazioni sommarie di soldati accusati di non aver opposto sufficiente resistenza all'attacco. Ci furono effettivamente alcuni episodi di ripiegamenti durante le prime fasi dell'affensiva nemica, come nella zona di monte Maggio, dove alcuni battaglioni della 35ª Divisione di fanteria si ritirarono fin dalle prime ore, rimanendo isolati per tre giorni[86]. Il generale Carlo Petitti riferì di «una vera ondata di fuggenti» lungo la Val Cucca nel pomeriggio del terzo giorno di battaglia, mentre Cadorna dichiarò che il 21 maggio alcune unità abbandonarono le loro posizioni senza tentare di difenderle, e il 26 dello stesso mese diramò una circolare a tutti i comandi in cui affermava che: «L'E.V. faccia fucilare, se occorre immediatamente e senza alcun procedimento, i colpevoli di così enormi scandali a qualunque grado appartengano. [...] L'Altopiano di Asiago [...] va mantenuto a qualunque costo. Si deve resistere o morire sul posto»[87]. In seguito ebbero inizio le esecuzioni sommarie sul campo; il 28 maggio otto soldati e tre sergenti del 141º reggimento di fanteria furono passati per le armi dal comando di reggimento, col colonnello comandante del reggimento che ricevette per l'occasione un encomio dallo stesso Cadorna[N 7].

Sul piano politico l'offensiva austroungarica colse di sorpresa i dirigenti italiani. Negli ultimi giorni di marzo i comandi avevano rilevato i preparativi nemici, ma Cadorna non credette possibile un'offensiva su larga scala in quel settore, e a maggior ragione i politici si fidarono delle valutazioni del generale. Il 15 maggio molti ministri vennero informati della situazione in Trentino, e nei giorni seguenti appresero le prime gravi notizie provenienti dal fronte[88]. Il 24 maggio Salandra convocò il Consiglio dei ministri per comunicare che: il fronte isontino rischiava di essere preso da tergo; Cadorna richiedeva di distrarre una divisione dalla Libia e una dall'Albania; che lo stesso Cadorna dimostrava un certo disinteresse sulle implicazioni politiche della battaglia in atto. Fino ad allora l'opinione pubblica e la politica si erano abituate ad una guerra offensiva, ma questa volta la guerra era penetrata dentro i confini nazionali, così per far fronte alla situazione venne approvata la proposta di Sidney Sonnino di convocare un convegno tra i generali Cadorna e Porro, i comandanti delle armate, il presidente del consiglio e cinque ministri. Sempre meno propenso a dare conto del proprio operato, Cadorna disertò la riunione a causa della criticità della situazione e il governo inviò il generale Morrone in zona di guerra per raccogliere informazioni[89].

Periferia di Asiago devastata dai bombardamenti

Dopo quattro giorni Morrone tornò a Roma assieme al rapporto di Cadorna sulla situazione al fronte, rapporto che provocò una pessima impressione tra i ministri del governo perché il comandante supremo faceva intendere la possibilità di una ritirata sul Piave. Il Consiglio dei ministri capì che il generale Cadorna non si rendeva conto delle implicazioni politiche e sociali che avrebbe prodotto un fatto simile, e tra i dirigenti politici si diffuse l'idea della necessità di destituire il capo dell'esercito[90]. Come scrisse il senatore Ferdinando Martini nel suo diario dopo aver saputo dei fantomatici piani di ritirata verso il Piave: «noi abbiamo perduto la fiducia nel capo di Stato Maggiore [...] dappertutto odono rampogne contro il Comando Supremo. Così nei salotti e nei circoli romani. [...] La leggenda Cadorna è sfatata purtroppo»[91]. Il presidente del Consiglio dei ministri Antonio Salandra incontrò sia Cadorna che il re, con quest'ultimo che non sollevò obiezioni ma dichiarò che l'iniziativa doveva essere assunta dal governo, ma tornato a Roma, Salandra forse condizionato dall'atteggiamento del sovrano, convenne che fosse meglio lasciare Cadorna al suo posto[90].

Due settimane dopo Salandra fu sfiduciato dal parlamento, non riuscendo a superare la crisi suscitata dalla Strafexpedition. Il presidente del consiglio pagò il fallimento del suo disegno politico: una guerra facile e breve avrebbe potuto permettergli di dominare una camera "giolittiana", la guerra lunga e sanguinosa viceversa finì col rendergli sempre più difficile l'esercizio del potere, contestato sia dai neutralisti che dagli interventisti, che lo accusavano di aver intrapreso la guerra con scarso impegno, di non aver dichiarato guerra alla Germania e di non aver raggiunto una completa intesa con gli Alleati. Interventisti che al contrario idolatravano Cadorna, la cui figura era stata ingigantita dalla campagna stampa concertata da Ugo Ojetti, allora incaricato dell'ufficio stampa dell'ufficio Affari civili del Comando supremo[92], che dipinse Cadorna come "uomo forte" che si contrapponeva al "governo debole"[93].

Con la caduta del governo Salandra la classe politica non fu in grado di esprimere una reale alternativa. Venne costituito un governo di unione nazionale presieduto dall'ottantenne Paolo Boselli, decano della Camera, il quale era un uomo politico di scarso rilievo e scarsa autorità, che si trovò a capo di una coalizione per niente omogenea[94]. Le capacità decisionali del Parlamento italiano ne risultarono ancor più indebolite, con Cadorna che riconquistava favori dopo l'arresto dell'offensiva nemica e continuava come sempre ad essere arbitro decisionale mentre i ministri restavano all'oscuro dei suoi propositi. Anche per il futuro dunque i due centri di potere avrebbero continuato ad operare ognuno per proprio conto[95].

Ripercussioni in Austria-Ungheria

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Sebbene le iniziali avanzate producessero grande ottimismo tra i comandi austroungarici, il mancato sfondamento e il successivo ripiegamento «produssero un effetto devastante sul morale dei comandanti e delle stesse truppe coinvolte». Conrad arrivò ad accusare Dankl d'incompetenza, e quest'ultimo, deluso dall'atteggiamento avuto da Alfred Krauß fu portato a presentare le dimissioni il 16 giugno nel bel mezzo degli ultimi combattimenti. Successivamente Conrad e Dankl ricucirono i rapporti e fecero fronte comune attribuendo a Krauß il fallimento dell'offensiva, mentre quest'ultimo attribuì il fallimento alla tattica antiquata di Conrad il quale fece avanzare le truppe lungo le valli anziché lungo i versanti delle montagne. L'arciduca Carlo - il cui corpo d'armata avrebbe dovuto riportare i maggiori successi visti i vantaggi materiali di cui disponeva - criticò invece Conrad per non aver tenuto conto della realtà geografica del luogo durante l'elaborazione dello schema globale dell'offensiva[96].

Il generale Conrad mentre ispeziona il 2º Reggimento Kaiserjäger a Folgaria, 18 marzo 1917

L'occasione di avvicinarsi ad una conclusione favorevole del conflitto per le potenze centrali fu sprecata soprattutto perché gli stati maggiori di Germania e Austria-Ungheria non seppero accordarsi su piani di guerra comuni. Secondo lo storico Gerhard Artl, la responsabilità principale era da attribuirsi al generale Falkenhayn, non solo perché questi disponeva dell'esercito maggiormente efficiente sul piano bellico che avrebbe potuto dare una grossa mano all'alleato, ma perché non riuscì a capire l'importanza del fronte sud-occidentale in relazione alla conduzione della guerra in Francia, rimanendo inutilmente impantanato nel tritacarne di Verdun[97]. Parallelamente l'offensiva austroungarica fu largamente influenzata dalla rivalità di Conrad con Falkenhayn: sconfiggere gli italiani avrebbe permesso finalmente a Conrad di rivendicare la dignità di alleati a pari grado con la Germania[98].

Sul finire del giugno 1916 le autorità civili e militari dell'Austria-Ungheria avevano talmente perso la loro fiducia in Conrad da riporla piuttosto nei tedeschi. Il 18 luglio lo stesso Conrad partecipò ad una riunione a Berlino dove venne deciso di affidare a Paul von Hindenburg il comando di tutte le forze austroungariche a nord di Leopoli. L'arciduca Carlo ricevette il comando nominale delle truppe a sud di Leopoli, ma dovette accettare il generale tedesco Hans von Seeckt come capo di stato maggiore, il quale divenne de facto il vero comandante del settore[99]. Come scrisse lo storico austriaco Josef Redlich: «Conrad rimase pro forma a Teschen, ma non ha più alcuna voce in capitolo»[100].

La fallita campagna di Conrad aveva fatto sì che ingenti forze si trovassero lontane dalla battaglia decisiva sul fronte russo, e al comando tedesco non risultò difficile attribuire a quello austroungarico la colpa della delicata situazione bellica, sebbene Falkenhayn a Verdun non avesse agito con lungimiranza. La monarchia danubiana si trovò a dipendere in modo sempre più accentuato sia sul piano politico che su quello militare da Berlino, che voleva assicurarsi che in futuro non vi fossero più iniziative autonome da parte dell'alleato[97]. Il 29 agosto 1916 Hindenburg sostituì Falkenhayn al vertice delle forze armate tedesche, portando con sé Erich Ludendorff in qualità di capo di stato maggiore. A settembre le potenze centrali sottoscrissero un accordo che vedeva il kaiser Guglielmo II comandante supremo degli eserciti alleati, concessione che conferì a Hindenburg e Ludendorff il controllo delle forze armate asburgiche, con la sola clausola voluta da Conrad che obbligava i tedeschi a consultare Francesco Giuseppe per le questioni legate all'integrità territoriale dell'Austria-Ungheria[100]. Le conseguenze per Conrad comunque non tardarono ad arrivare, e non furono meno vistose, culminando con la sua destituzione dal comando dell'esercito il 2 marzo 1917[101].

Valutazioni operative

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Prima della battaglia la linea del fronte si trovava interamente sul territorio austroungarico, e anche dopo il ripiegamento tre corpi d'armata asburgici rimasero in territorio italiano. Nel suo punto di massima penetrazione l'offensiva aveva costretto gli italiani ad arretrare di circa venticinque chilometri, e dopo il ripiegamento la punta massima si ridusse ad una ventina di chilometri. Fu un risultato modesto ottenuto con un tributo di sangue molto alto: le perdite austroungariche ammontarono a circa 43000 uomini (tra morti, feriti, ammalati e prigionieri), contro le 76000 perdite italiane[102]. A queste perdite si andarono ad aggiungere le ingentissime perdite causate dall'offensiva di Brusilov, che in quattro mesi causarono all'esercito asburgico ben 370000 tra morti, feriti o dispersi e altri 380000 prigionieri[73].

Colonna di rifornimenti austroungarica dinanzi all'Osteria del Termine lungo la strada per Asiago, giugno 1916

Le ambizioni di Conrad furono dunque disattese, e le cause del mancato sfondamento furono molteplici. Conrad aveva sottovalutato la risolutezza di Cadorna, aveva sottovalutato la possibilità di un'offensiva russa (anche se in realtà la Strafexpedition si era arenata diversi giorni prima dell'inizio dell'offensiva Brusilov), e allo stesso tempo non aveva preso in considerazione di effettuare un'offensiva da parte dell'esercito di Svetozar Borojević schierato sull'Isonzo. Ma soprattutto era rimasto legato alla tattica tradizionale della guerra di montagna, issando l'artiglieria su per le rupi con funi e carrucole con evidenti perdite di tempo e prediligendo la penetrazione lungo i crinali invece di una rapida penetrazione nelle vallate senza l'avanzata simultanea in alta quota. Se Conrad avesse accettato questo suggerimento, caldeggiato dal generale Krauß, probabilmente gli austroungarici sarebbero riusciti a penetrare più rapidamente nelle prime fasi cruciali della battaglia[98].

L'offensiva austroungarica si era dunque «impigliata nell'intrico montuoso degli Altipiani», non solo a causa degli errori prima citati, ma anche e soprattutto per le difficoltà logistiche incontrate durante la battaglia. Dopo un primo e travolgente balzo in avanti, le fanterie di Conrad furono irrimediabilmente rallentate proprio dalle difficoltà di rifornire la truppa di cibo, acqua e munizioni, oltre al dover garantire a decine di migliaia di uomini l'evacuazione dei feriti, le cure mediche, gli equipaggiamenti, la sepoltura dei caduti, la bonifica del campo e garantire altresì il sostentamento di migliaia e migliaia di muli e cavalli necessari per il trasporto dei rifornimenti sul campo di battaglia. Il tutto in un territorio completamente privo di risorse naturali e scarsamente servito da vie di comunicazione, per cui il sostentamento era completamente dipendente dalle forniture provenienti dalle retrovie, con un enorme impegno organizzativo[103]. Mentre le difficoltà logistiche per gli attaccanti crescevano, di pari passo tali difficoltà diminuivano per gli italiani, dato che lo spostamento del fronte accorciava le linee di rifornimento italiane e allungava quelle austroungariche. Di contro durante la controffensiva italiana la situazione logistica italiana si rese via via più difficile[80]. Nonostante la propaganda italiana archiviasse la battaglia come una grande vittoria difensiva, concentrandosi sul mancato sfondamento nemico e sulla resistenza della truppa, la battaglia fu, sia nella fase difensiva sia in quella controffensiva, una delle operazioni peggio condotte dai comandi italiani, tanto che in seguito furono aperte decine d'inchieste militari sul comportamento dei comandanti sul campo e tutti gli obiettivi territoriali importanti che si erano prefissati di riconquistare rimasero in mano austroungarica[104]. Il voler considerare la battaglia come una brillante azione difensiva si ritorse contro gli stessi comandi italiani, che non colsero l'occasione per un ripensamento dello schieramento difensivo e per una critica degli errori tattici, così che l'offensiva in Trentino non servì ai comandi italiani per imparare la lezione, anzi, tutte queste mancanze si ripeterono l'anno successivo a Caporetto[104].

Le difficoltà che si dovettero affrontare erano in ogni caso ben chiare agli attaccanti fin dall'inizio, tanto che il generale Krauß definì l'altipiano «terreno quanto mai difficile»[105], e questo fattore fu anche il motivo per il quale Cadorna risultò fino all'ultimo scettico di fronte alle notizie di un'imminente offensiva di Conrad. Per il capo di stato maggiore italiano, sguarnire il fronte orientale mentre l'esercito russo accelerava la sua riorganizzazione dopo le sconfitte in Galizia e la sul lago Narač, per gettarsi in un terreno impervio come quello trentino, sarebbe stato un gesto troppo temerario che avrebbe logorato le truppe attaccanti ancor prima di rompere il fronte difensivo italiano[105].

Paradossalmente fu proprio l'atteggiamento di Cadorna a rappresentare il fattore su cui Conrad poté realmente contare. Per il comando supremo italiano un'offensiva condotta esclusivamente dal Trentino era poco meno di una follia, soprattutto considerando le difficoltà dell'Austria-Ungheria di poter mettere in campo i mezzi richiesti da Conrad, così i comandi italiani arrivarono alla conclusione che se anche qualche unità nemica fosse riuscita a sfondare tutte le linee difensive italiane e raggiungere la pianura, sarebbe stata qualche sparuta pattuglia che sarebbe caduta prigioniera. Ciò che Cadorna e i suoi sottoposti sottovalutarono totalmente fu il fatto che sottufficiali e truppa non avevano mai combattuto fino a quel momento una battaglia difensiva, difettando quindi di una dottrina ancor più che di esperienza sul campo. In alcuni casi le linee difensive non esistevano proprio, spesso non erano collegate fra loro, mancavano di capisaldi e non erano protette dalle artiglierie perché queste erano posizionate troppo avanzate, in posizione d'attacco e non di difesa[106].

Altro fattore che peggiorò notevolmente la situazione italiana fu la pessima prova data dal Servizio informazioni del Comando supremo e dall'Ufficio situazione e operazioni, ossia i due organi deputati ad analizzare le notizie che giungevano dal fronte e a pianificare di conseguenza le mosse del nemico. Sempre in concorrenza fra loro, i due uffici cercarono soprattutto d'ingraziarsi Cadorna confermando le sue convinzioni, e sottostimando l'ipotesi di un'offensiva primaverile di Conrad nonostante gli allarmati rapporti del Servizio informazioni della 1ª Armata di Brusati. Come scrisse lo storico Marco Mondini a proposito: «l'impermeabilità di Cadorna (e del suo vice Porro) rispetto ai volenterosi inviati di Brusati, che cercarono di raggiungerlo a Udine per convincerlo del pericolo imminente, e la sua irremovibilità anche di fronte a testimonianze d'illustri collaboratori (come Cesare Battisti) rappresentano ancora oggi uno degli episodi più sintomatici dell'isolamento (culturale oltre che fisico) del Capo rispetto a tutti coloro che erano estranei alla sua piccola corte di fedelissimi»[107].

  1. ↑ La battaglia nella storiografia imperiale è anche nota col nome di Frühjahrsoffensive ("Offensiva di primavera"), Maioffensive ("Offensiva di Maggio") o Schlacht von Asiago ("Battaglia di Asiago")
  2. ↑ Il nome Strafexpedition compare per la prima volta il 26 aprile 1916 durante un interrogatorio di un disertore austroungarico di nazionalità ceca, ma fu il saggio di Gianni Baj-Macario, La "Strafexpedition". L'offensiva austriaca del Trentino del 1934 a consacrare il termine nella storiografia italiana nonostante lo stesso termine non compaia mai in alcun documento ufficiale austroungarico. Vedi: Pozzato, pp. 8-9 e AA.VV., p. 111
  3. ↑ Conrad volle tenere all'oscuro dei preparativi Falkenhayn, tanto che quando questi venne informato dell'imminente offensiva fece presente al comando di Teschen che le quattordici divisioni sarebbero state ben più utili alla causa degli Imperi Centrali sul fronte occidentale, e per tutta risposta Conrad divenne ancor più deciso a perseguire la sua offensiva e i suoi obiettivi. Vedi: Sondhaus, p. 258.
  4. ↑ Consapevole del vantaggio strategico offerto dal saliente Trentino, l'Imperiale e regio capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf già da tempo propugnava l'idea di una guerra preventiva contro l'Italia tramite un'offensiva che partisse dagli altipiani di Folgaria-Lavarone-Luserna e avanzasse fino al mare tagliando fuori il Friuli e il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola. Vedi: Leoni, pp. 114-115. A questo scopo, tra il 1907 e il 1915, aveva fatto costruire una formidabile linea fortificata, imperniata su sette forti corazzati, che si estendeva dal Dosso del Sommo al Pizzo di Levico. Questa linea difensiva seguiva i dettami della teoria del «minimo sacrificio territoriale» introdotta da Julius Vogl alla fine del XIX secolo. Tale teoria prevedeva che la difesa del territorio non dovesse avvenire su singole piazzeforti, come Trento o Fortezza, ma fosse compito di una linea di difesa di confine assorbire l'urto iniziale dell'offensiva nemica garantendosi alle spalle uno spazio di manovra adeguato per radunare truppe e rifornimenti in vista di una controffensiva. Vedi: Nicola Fontana, Pianificazione, cantieri e militarizzazione in Morena Dallemule (a cura di), Il recupero dei forti austroungarici trentini, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2014, ISBN 978-88-7702-379-7.
  5. ↑ Lo stesso Cesare Battisti, in quei giorni in forza al Battaglione "Vicenza" sul fronte del Pasubio, tentò in ogni modo di contattare Cadorna nel tentativo di convincere il comandante dell'esercito dell'imminenza dell'attacco nemico dal Trentino, con scarsi risultati. L'esule triestino, a metà aprile, si presentò a colloquio col generale Carlo Porro, che lo liquidò alla svelta, senza dare credito alle prove raccolte dallo stesso Battisti. Vedi: Pozzato, pp. 25-28
  6. ↑ L'ormai ex-capo della 1ª Armata e i suoi più stretti collaboratori divennero nei mesi successivi il capro espiatorio della debacle in Trentino. Nei giorni successivi alla sua destituzione dal comando, Cadorna richiese anche il collocamento a riposo d'autorità di Brusati, e gli addebitò una serie di colpe (soprattutto la carente disposizione difensiva della 1ª Armata) che furono la causa principale del collasso iniziale delle forze italiane nei primi giorni di battaglia. Il provvedimento fu ratificato dal Consiglio dei ministri e quindi comunicato ai quotidiani nazionali, i quali, sia perché accondiscendenti con Cadorna, sia perché spinti dal clima di "caccia alle streghe" creatosi con i rovesci iniziali in Trentino, rilanciarono con enfasi la notizia della destituzione di Brusati senza specificare che questa avvenne prima dell'inizio della battaglia. In questo clima la figura di Brusati venne sottoposta a un vero e proprio linciaggio mediatico, con accuse di tradimento e d'intelligenza col nemico, consentendo a Cadorna di crearsi un alibi, anche se ciò comportò la rovina della reputazione di Brusati. Vedi: Mondini, da p. 222 a p. 224.
  7. ↑ Il generale Giulio Douhet nel suo Diario critico di guerra del 1921 constatò come quell'encomio fu il primo elargito da Cadorna ad un ufficiale dell'esercito da quando era iniziata la guerra. «Possibile che in un anno di guerra, e di guerra così sanguinosa, nessuna azione di più puro valore morale si sia verificata?» si chiese nelle pagine del suo libro il generale Douhet. Vedi: Giulio Douhet, Diario critico di guerra, vol. II, pp. 272-273, 1921, Paravia, Torino; in Melograni, p. 195

Bibliografiche

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  2. 1 2 Pieropan, p. 203.
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