Ursus maritimus
| Orso polare | |
|---|---|
Femmina nei pressi di Kaktovik, sull'isola di Barter, in Alaska, Stati Uniti | |
| Stato di conservazione | |
Vulnerabile[1] | |
| Classificazione scientifica | |
| Dominio | Eukaryota |
| Regno | Animalia |
| Phylum | Chordata |
| Classe | Mammalia |
| Ordine | Carnivora |
| Sottordine | Caniformia |
| Famiglia | Ursidae |
| Genere | Ursus |
| Specie | U. maritimus |
| Nomenclatura binomiale | |
| Ursus maritimus Phipps, 1774[2] | |
| Sinonimi | |
|
Ursus eogroenlandicus | |
| Areale | |
Areale dell'orso polare
| |
L'orso polare o orso bianco (Ursus maritimus Phipps, 1774) è un grande urside originario dell'Artico e delle regioni circostanti. È strettamente imparentato con l'orso bruno, con il quale può incrociarsi generando prole ibrida. In termini di massa corporea, è la più grande specie vivente di orso e il più grande carnivoro terrestre esistente: i maschi adulti pesano generalmente tra 300 e 800 kg. La specie presenta un marcato dimorfismo sessuale, poiché le femmine adulte sono molto più piccole dei maschi. L'orso polare possiede una pelliccia bianca o giallastra, pelle nera e uno spesso strato di grasso sottocutaneo. Rispetto all'orso bruno ha una corporatura più slanciata, un cranio più stretto, un collo più lungo e una gobba scapolare meno pronunciata. I denti sono più affilati e maggiormente adatti a tagliare la carne. Le zampe, ampie e robuste, gli consentono sia di camminare sul ghiaccio sia di nuotare, funzionando in acqua come efficaci pagaie.
Gli orsi polari sono animali sia terrestri sia pagofili, ossia strettamente legati agli ambienti ghiacciati. Sono inoltre considerati mammiferi marini, poiché dipendono in larga misura dagli ecosistemi oceanici. Prediligono la banchisa stagionale, ma durante l'estate, quando il ghiaccio si scioglie, possono trascorrere lunghi periodi sulla terraferma. Sono prevalentemente carnivori e altamente specializzati nella cattura delle foche, in particolare della foca dagli anelli. La preda viene generalmente catturata mediante agguato: l'orso può avvicinarsi furtivamente sul ghiaccio o nell'acqua, oppure appostarsi presso un foro respiratorio o lungo il margine della banchisa, aspettando che una foca emerga o passi nelle vicinanze. Si nutre soprattutto del grasso sottocutaneo delle foche, particolarmente ricco di energia. Tra le altre prede figurano trichechi, beluga e alcuni animali terrestri. Gli orsi polari conducono solitamente una vita solitaria, ma possono riunirsi in gruppi quando si trovano sulla terraferma, soprattutto in prossimità di fonti di cibo concentrate. Durante la stagione riproduttiva, i maschi sorvegliano le femmine e le difendono dai rivali. Le femmine partoriscono durante l'inverno all'interno di tane di maternità scavate nella neve o nel terreno gelato. I piccoli rimangono con la madre fino a circa due anni e mezzo di età, periodo durante il quale apprendono le tecniche di caccia e le strategie necessarie per sopravvivere nell'ambiente artico.
L'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) classifica l'orso polare come specie vulnerabile. La popolazione complessiva è stimata tra 22.000 e 31.000 individui. Le principali minacce sono rappresentate dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento e dallo sviluppo delle attività e delle infrastrutture energetiche. Il riscaldamento globale ha provocato una riduzione dell'estensione e della durata della banchisa, limitando l'accesso degli orsi alle loro prede preferite e aumentando il rischio di malnutrizione, inedia e morte. La diminuzione del ghiaccio marino costringe inoltre gli animali a trascorrere più tempo sulla terraferma, accrescendo la probabilità di conflitti con gli esseri umani.[3] Gli orsi polari sono stati cacciati sia dalle popolazioni indigene sia da cacciatori provenienti da altre regioni, soprattutto per la pelliccia, la carne e altre parti del corpo. Sono stati inoltre mantenuti in cattività negli zoo e nei circhi. La specie occupa infine un posto di rilievo nell'arte, nel folclore, nelle tradizioni religiose e nella cultura contemporanea.
Denominazione
[modifica | modifica wikitesto]Il nome comune inglese polar bear, «orso polare», fu attribuito alla specie da Thomas Pennant nella sua opera A Synopsis of Quadrupeds, pubblicata nel 1771. Tra il XIII e il XVIII secolo, in Europa l'animale era conosciuto soprattutto come «orso bianco», ma veniva chiamato anche «orso dei ghiacci», «orso marino» e «orso della Groenlandia». I Norreni lo indicavano con i termini isbjørn, «orso dei ghiacci», e hvitebjørn, «orso bianco». Presso gli Inuit l'orso polare è chiamato nanook. Le culture netsilik utilizzano inoltre denominazioni differenti a seconda del sesso, dell'età e delle condizioni dell'animale. Tra queste figurano anguraq per i maschi adulti, tattaq per le femmine adulte senza piccoli, arnaluk per le femmine gravide, hagliaqtug per i neonati, namiaq per i giovani di grandi dimensioni e apitiliit per gli orsi in letargo.[4] Il nome scientifico Ursus maritimus deriva dal latino e significa «orso marino».[5][6]
Tassonomia
[modifica | modifica wikitesto]Nell'edizione del 1758 del Systema Naturae, Carlo Linneo classificò l'orso polare come una varietà dell'orso bruno (Ursus arctos), indicandolo con il nome Ursus maritimus albus-major, arcticus, ossia «orso marino artico, prevalentemente bianco».[7] La specie fu descritta formalmente come distinta, con il nome Ursus maritimus, da Constantine John Phipps nel 1774, in seguito alla spedizione da lui condotta verso il Polo Nord nel 1773.[2][8] A causa dei suoi peculiari adattamenti all'ambiente marino, alcuni tassonomisti, tra cui Theodore Knottnerus-Meyer, collocarono l'orso polare in un genere separato, Thalarctos.[9][10] Tuttavia, Ursus è oggi generalmente considerato il genere valido, sulla base sia delle testimonianze fossili sia della capacità dell'orso polare di incrociarsi con l'orso bruno.[10][11]
Nel corso del tempo sono state proposte diverse sottospecie, tra cui Ursus maritimus maritimus e U. m. marinus.[N 1][12] Tali suddivisioni non hanno però trovato conferma e l'orso polare è attualmente considerato una specie monotipica.[13] Nel 1964 Björn Kurtén propose una possibile sottospecie fossile, U. m. tyrannus, ricostruita sulla base di un unico frammento di ulna, le cui dimensioni risultavano superiori di circa il 20% rispetto a quelle attese per un orso polare.[11] Una nuova valutazione condotta nel XXI secolo ha tuttavia indicato che il frammento apparteneva probabilmente a un orso bruno di dimensioni eccezionali.[14][15]
Evoluzione
[modifica | modifica wikitesto]L'orso polare è una delle otto specie viventi appartenenti alla famiglia degli Ursidi e una delle sei comprese nella sottofamiglia Ursinae. Una possibile ricostruzione filogenetica, basata sulle sequenze complete del DNA mitocondriale analizzate da Yu e collaboratori nel 2007, colloca l'orso polare e l'orso bruno in un gruppo strettamente imparentato,[16] mentre i rapporti evolutivi tra le altre specie risultano meno chiaramente definiti.[17]
| Ursidae |
| |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Una filogenesi più recente, fondata sullo studio genetico di Kumar e collaboratori del 2017, ha concluso che gli Ursinae ebbero origine circa cinque milioni di anni fa e che la loro evoluzione fu caratterizzata da estesi fenomeni di ibridazione tra le diverse specie.[18]
| Ursidae |
| ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
I fossili di orso polare sono piuttosto rari.[11][14] Il più antico finora conosciuto è un frammento mandibolare risalente a un periodo compreso tra 130.000 e 110.000 anni fa, rinvenuto nel 2004 sull'isola di Prins Karls Forland, nell'arcipelago norvegese delle Svalbard.[19][20] Nel corso del XX secolo gli studiosi ipotizzarono che l'orso polare discendesse direttamente da una popolazione di orsi bruni, forse originaria della Siberia orientale o dell'Alaska.[11][14] Le analisi del DNA mitocondriale condotte negli anni Novanta e Duemila sembrarono confermare questa interpretazione, mostrando che alcune popolazioni di orso bruno erano geneticamente più vicine all'orso polare che ad altri orsi bruni. Ciò appariva particolarmente evidente negli orsi delle isole ABC, nell'Alaska sud-orientale.[19][21][22] Uno studio del 2010 stimò pertanto che la linea evolutiva dell'orso polare si fosse separata da quella degli altri orsi bruni circa 150.000 anni fa.[19]

Indagini genetiche più approfondite hanno però confutato l'ipotesi di una discendenza diretta dell'orso polare dall'orso bruno, indicando invece che le due specie rappresentano linee evolutive sorelle e distinte. Le somiglianze genetiche osservate tra gli orsi polari e alcune popolazioni di orso bruno sarebbero quindi il risultato di episodi di incrocio avvenuti dopo la loro separazione.[23][24] Uno studio del 2012 ha collocato la divergenza tra le due specie intorno a 600.000 anni fa,[23] mentre una ricerca pubblicata nel 2022 ha proposto una separazione ancora più antica, risalente a oltre un milione di anni fa.[24] Le ripetute glaciazioni succedutesi nel corso di centinaia di migliaia di anni avrebbero favorito sia l'origine dell'orso polare sia i successivi contatti e fenomeni di ibridazione con l'orso bruno.[25]
Studi pubblicati nel 2011 e nel 2012 conclusero inizialmente che, durante questi episodi di ibridazione, il flusso genico si fosse diretto dall'orso bruno verso l'orso polare.[23][26] In particolare, una ricerca del 2011 propose che le linee materne delle attuali popolazioni di orso polare derivassero da una popolazione ormai estinta di orsi bruni irlandesi.[26] Studi successivi hanno però chiarito che il flusso genico si verificò prevalentemente nella direzione opposta, dall'orso polare verso l'orso bruno.[25][27][28] Fino al 9% del genoma degli orsi bruni delle isole ABC deriverebbe infatti dall'orso polare,[29] mentre negli antichi orsi irlandesi tale componente avrebbe raggiunto il 21,5%.[27] Gli episodi di ibridazione su vasta scala tra le due specie sembrano essersi interrotti circa 200.000 anni fa. Gli ibridi moderni sono invece relativamente rari in natura.[24]
Il confronto tra il numero e la varietà delle copie geniche presenti nell'orso polare, nell'orso bruno e nell'orso nero americano ha inoltre permesso di individuare diversi adattamenti caratteristici della specie artica. L'orso polare possiede una minore diversità di geni responsabili dei recettori olfattivi, probabilmente perché nel suo ambiente artico è presente una varietà di odori inferiore rispetto agli ecosistemi frequentati dagli altri ursidi. In relazione alla sua dieta carnivora e ricca di grassi, presenta inoltre un numero minore di copie del gene coinvolto nella produzione dell'amilasi, l'enzima deputato alla scomposizione dell'amido. Al contrario, la selezione naturale ha favorito i geni coinvolti nella degradazione degli acidi grassi e nel funzionamento di un sistema circolatorio particolarmente efficiente. La maggiore densità e lo spessore della pelliccia dell'orso polare sarebbero infine associati alla presenza di un numero più elevato di copie dei geni coinvolti nella produzione delle proteine della cheratina.[30]
Descrizione
[modifica | modifica wikitesto]L'orso polare è la più grande specie vivente di orso e il più grande carnivoro terrestre, sebbene alcune sottospecie di orso bruno, come l'orso Kodiak, possano raggiungere dimensioni paragonabili.[31][32] I maschi misurano generalmente tra 200 e 250 cm di lunghezza e pesano tra 300 e 800 kg. Le femmine sono più piccole, con una lunghezza compresa tra 180 e 200 cm e un peso di 150-300 kg.[9] Il dimorfismo sessuale è particolarmente marcato rispetto a quello osservato nella maggior parte degli altri mammiferi.[33] I maschi possiedono inoltre una testa proporzionalmente più grande rispetto alle femmine.[34] Il peso degli orsi polari varia considerevolmente nel corso dell'anno, poiché gli animali possono accumulare grandi quantità di grasso e aumentare la propria massa corporea fino al 50%.[31] Una femmina gravida e ben nutrita può raggiungere i 500 kg.[35] Gli adulti misurano tra 130 e 160 cm al garrese, mentre la coda è lunga appena 76-126 mm.[9] Il più grande esemplare noto, un maschio abbattuto nel 1960 presso il Kotzebue Sound, nell'Alaska nord-occidentale, avrebbe raggiunto il peso eccezionale di 1.002 kg.[36]
Rispetto all'orso bruno, l'orso polare presenta una corporatura più slanciata, un cranio più stretto, appiattito e relativamente piccolo, un collo più lungo e una gobba scapolare meno pronunciata.[31][37] Il profilo del muso è arcuato e ricorda il cosiddetto «naso romano».[31] La dentatura comprende da 34 a 42 denti: 12 incisivi, 4 canini, da 8 a 16 premolari e 10 molari. I denti sono maggiormente adattati a una dieta carnivora rispetto a quelli dell'orso bruno: i canini sono più lunghi, affilati e distanziati, mentre i denti posteriori, ossia premolari e molari, sono più piccoli e appuntiti.[33][38][37] Tra i canini e i denti posteriori è presente un ampio spazio, o diastema, che potrebbe permettere all'animale di afferrare e mordere più efficacemente le prede.[38][39] Poiché caccia normalmente animali molto più piccoli di sé, l'orso polare non possiede una forza del morso particolarmente elevata.[39] Le zampe sono grandi e quelle anteriori risultano più larghe delle posteriori. I piedi sono più pelosi rispetto a quelli delle altre specie di orso, caratteristica che contribuisce a conservarne il calore e aumenta l'aderenza durante gli spostamenti sulla neve e sul ghiaccio marino.[40] Gli artigli sono relativamente piccoli, ma affilati e ricurvi; vengono impiegati sia per afferrare le prede sia per issarsi sulla banchisa.[41][42]

Il mantello è costituito da un fitto sottopelo lungo circa 5 cm e da peli di copertura che possono raggiungere i 15 cm.[9] I maschi possiedono peli particolarmente lunghi sugli arti anteriori, che si ritiene possano rappresentare un segnale della loro prestanza fisica per le femmine.[43] La superficie esterna dei peli ha un aspetto squamoso, mentre i peli di copertura sono cavi, caratteristica che contribuisce all'isolamento termico e al galleggiamento in acqua.[44] I peli di copertura, trasparenti, diffondono in avanti la radiazione ultravioletta tra il sottopelo e la pelle, favorendo un ciclo di assorbimento e riemissione dell'energia che contribuisce a mantenere caldo l'animale.[45] La pelliccia appare bianca a causa della retrodiffusione della luce incidente e dell'assenza di pigmenti.[45][46] Con l'esposizione prolungata alla luce solare può assumere una tonalità giallastra, che scompare dopo la muta; in alcuni individui può apparire anche grigiastra o brunastra.[9] La colorazione chiara offre un efficace mimetismo nell'ambiente innevato. Quando emerge dall'acqua, l'orso riesce ad asciugarsi rapidamente scuotendo il corpo, poiché i peli bagnati resistono alla formazione di grovigli.[47] Secrezioni oleose impediscono inoltre alla pelliccia di congelare.[48] La pelle, compresa quella del naso e delle labbra, è nera e contribuisce ad assorbire il calore.[9][45] Al di sotto di essa si trova uno strato di grasso spesso tra 5 e 10 cm,[9] che svolge sia una funzione isolante sia quella di riserva energetica.[49] La temperatura corporea interna viene mantenuta intorno ai 36,9 °C.[50] Il rischio di surriscaldamento è limitato dalla presenza di uno strato di tessuto muscolare striato riccamente vascolarizzato e da una regolazione particolarmente precisa del flusso sanguigno. Gli orsi possono inoltre rinfrescarsi entrando in acqua.[45][51]
Gli occhi sono situati vicino alla sommità del capo, una posizione che potrebbe consentire all'animale di mantenerli al di sopra della superficie mentre nuota. Sono relativamente piccoli, forse come adattamento contro la neve trasportata dal vento e la cecità da neve. Gli orsi polari possiedono una visione dicromatica e sono privi dei coni sensibili alle lunghezze d'onda intermedie, corrispondenti soprattutto al verde. Presentano invece numerosi bastoncelli, che garantiscono una buona capacità visiva in condizioni di scarsa illuminazione e durante la notte. Le orecchie sono piccole, una caratteristica che riduce la dispersione di calore e il rischio di congelamento.[52] L'udito è particolarmente sensibile alle frequenze comprese tra 11,2 e 22,5 kHz, un intervallo più ampio di quanto ci si aspetterebbe considerando che le loro principali prede producono soprattutto suoni a bassa frequenza.[53] I turbinati nasali formano un'ampia superficie interna, permettendo a una maggiore quantità di aria calda di attraversare le cavità nasali.[54] Anche l'apparato olfattivo è molto sviluppato e consente all'orso di individuare le prede a notevole distanza.[55] I reni sono renicolati, ossia suddivisi in numerosi piccoli lobuli, e permettono di filtrare ed eliminare efficacemente il sale contenuto negli alimenti.[56]
Distribuzione e habitat
[modifica | modifica wikitesto]
L'orso polare vive nell'Artico e nelle regioni limitrofe. Il suo areale comprende la Groenlandia, il Canada, l'Alaska, la Russia e l'arcipelago norvegese delle Svalbard.[9][58][59] Esemplari della specie sono stati osservati fino a soli 25 km dal Polo Nord.[60] I limiti meridionali della distribuzione comprendono la baia di James e le province canadesi di Terranova e Labrador, nonché l'isola di Saint Matthew e le isole Pribilof, in Alaska.[9] L'orso polare non risiede stabilmente in Islanda, ma vi sono stati registrati occasionalmente individui giunti sull'isola attraverso il ghiaccio marino.[61] Poiché l'espansione delle attività umane nel suo remoto ambiente naturale è rimasta relativamente limitata, la specie è ancora presente in gran parte del proprio areale originario, conservandone una porzione maggiore rispetto a qualsiasi altro grande carnivoro terrestre.[62]
Gli orsi polari sono stati suddivisi in almeno 18 sottopopolazioni: Groenlandia orientale (ES), mare di Barents (BS), mare di Kara (KS), mare di Laptev (LVS), mare dei Ciukci (CS), mare di Beaufort settentrionale e meridionale (NBS e SBS), Viscount Melville (VM), stretto di M'Clintock (MC), golfo di Boothia (GB), Lancaster Sound (LS), Norwegian Bay (NB), bacino di Kane (KB), baia di Baffin (BB), stretto di Davis (DS), bacino di Foxe (FB) e baia di Hudson occidentale e meridionale (WHB e SHB).[63][57] È stato proposto di considerare gli orsi delle isole Regina Elisabetta e delle zone circostanti come una sottopopolazione distinta, ma questa classificazione non è universalmente accettata.[57] Uno studio del 2022 ha inoltre suggerito che gli esemplari della Groenlandia sud-orientale debbano essere riconosciuti come una sottopopolazione separata, sulla base del loro isolamento geografico e delle loro caratteristiche genetiche.[64] Le popolazioni di orso polare possono essere suddivise anche in quattro grandi raggruppamenti genetici: Canada meridionale, arcipelago artico canadese, bacino occidentale, comprendente il territorio dal Canada nord-occidentale fino all'Estremo Oriente russo, e bacino orientale, esteso dalla Groenlandia alla Siberia.[63]
La dipendenza dell'orso polare dall'oceano è così marcata che la specie viene classificata come mammifero marino.[13][65] È un animale pagofilo, strettamente legato al ghiaccio, e vive principalmente sulla banchisa stagionale che ricopre le piattaforme continentali e gli spazi compresi tra le isole degli arcipelaghi. Queste regioni, note come «Anello artico della vita», sono caratterizzate da un'elevata produttività biologica.[62][66] La specie frequenta soprattutto le zone di contatto tra il ghiaccio marino e le acque libere, come le polinie e i canali che si aprono nella banchisa, dove può cacciare le foche che costituiscono la maggior parte della sua alimentazione.[67] Nel corso dell'anno gli orsi polari si spostano seguendo le variazioni dell'estensione e della distribuzione del ghiaccio. Durante l'estate, quando la banchisa scompare da alcune regioni, sono costretti a trasferirsi sulla terraferma.[68] Gli ambienti terrestri utilizzati dalla specie comprendono foreste, montagne, zone rocciose, rive lacustri e corsi d'acqua.[69] Nei mari dei Ciukci e di Beaufort, la maggior parte degli orsi segue verso nord la ritirata estiva del ghiaccio, mentre una percentuale compresa tra il 15 e il 40% rimane attualmente sulla terraferma. Questa tendenza è stata osservata a partire dagli anni Ottanta del XX secolo.[70] In alcune regioni è presente uno spesso ghiaccio pluriennale che non si scioglie completamente durante l'estate e consente agli orsi di rimanere sulla banchisa per tutto l'anno.[71][72] Tuttavia, questo tipo di ghiaccio ospita un numero minore di foche ed è associato a una più bassa produttività delle acque marine sottostanti.[72]
Comportamento ed ecologia
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso di un anno gli orsi polari possono spostarsi all'interno di territori estesi da appena 3.500 km² fino a circa 38.000 km², mentre la deriva della banchisa può trasportarli su distanze ancora maggiori.[73] A seconda delle condizioni del ghiaccio, un individuo percorre mediamente circa 12 km al giorno.[74] Questi spostamenti sono sostenuti dall'elevato apporto energetico della loro dieta.[49] Sulla terraferma e sul ghiaccio gli orsi polari si muovono camminando o galoppando, ma non adottano il trotto.[75] Durante la marcia inclinano le zampe anteriori leggermente verso l'interno.[41] Possono raggiungere una velocità stimata di circa 40 km/h,[76] sebbene normalmente procedano a circa 5,5 km/h.[77] Sono inoltre ottimi nuotatori e possono raggiungere una velocità di circa 6 km/h.[78] Uno studio ha rilevato che sono capaci di nuotare ininterrottamente per una media di 3,4 giorni, coprendo mediamente 154,2 km.[79] Possono rimanere in immersione fino a tre minuti.[80] Durante il nuoto utilizzano le ampie zampe anteriori come pagaie, mentre gli arti posteriori contribuiscono a dirigere il movimento e a controllare l'immersione.[9][41]
La maggior parte degli orsi polari rimane attiva durante tutto l'anno. Il letargo riguarda esclusivamente le femmine gravide.[81] Negli individui che non vanno in letargo il ritmo giornaliero mantiene generalmente una durata di circa 24 ore anche durante i periodi di oscurità o luce continua, sebbene nelle settimane di notte polare siano più frequenti cicli leggermente inferiori alle 24 ore.[82] La specie è prevalentemente diurna e mostra il massimo livello di attività nelle prime ore della giornata.[83] In media, gli orsi polari dormono quasi otto ore al giorno.[84] Possono assumere diverse posizioni durante il riposo: raggomitolati, seduti, distesi su un fianco, supini con gli arti allargati oppure proni con il posteriore sollevato.[42][77] Sulla banchisa riposano spesso presso i rilievi di compressione del ghiaccio, dove scavano sul lato riparato per creare una cavità in cui sdraiarsi. Dopo una tempesta di neve possono rimanere sotto la coltre nevosa per ore o persino per giorni. Sulla terraferma scavano talvolta depressioni nelle spiagge di ghiaia o sabbia,[85] oppure dormono sugli affioramenti rocciosi.[86] Nelle aree montuose costiere, le madri e gli individui subadulti tendono a riposare sui pendii, dai quali possono individuare più facilmente l'avvicinarsi di un altro orso.[84] I maschi adulti, meno vulnerabili agli attacchi dei propri simili, possono invece dormire praticamente ovunque.[86]
Vita sociale
[modifica | modifica wikitesto]Gli orsi polari conducono normalmente una vita solitaria, fatta eccezione per le madri accompagnate dai piccoli e per le coppie formatesi durante la stagione riproduttiva.[87] Sulla terraferma gli individui possono trovarsi più vicini tra loro e radunarsi intorno a fonti di cibo concentrate. I maschi adulti, in particolare, mostrano una maggiore tolleranza reciproca negli ambienti terrestri e al di fuori del periodo degli accoppiamenti.[88][89] Sono state documentate vere e proprie associazioni stabili tra individui, che viaggiano, riposano e giocano insieme. Tra gli orsi polari esiste una gerarchia di dominanza, al cui vertice si trovano i maschi adulti di maggiori dimensioni. Le femmine adulte dominano sugli individui subadulti e adolescenti, mentre i giovani maschi prevalgono sulle femmine della stessa età. I cuccioli accompagnati dalla madre occupano inoltre una posizione gerarchica superiore rispetto ai giovani privi di protezione materna.[90] Le femmine con prole dipendente tendono a evitare i maschi,[89] ma possono talvolta associarsi ad altre femmine con piccoli, formando gruppi definiti «famiglie composite».[90]
Gli orsi polari sono generalmente silenziosi, ma possono produrre una notevole varietà di vocalizzazioni.[91] Le madri emettono un richiamo sommesso e pulsante, probabilmente utilizzato per mantenere il contatto con i piccoli.[92] Durante la stagione riproduttiva anche i maschi adulti producono questo tipo di richiamo nei confronti delle potenziali compagne.[93] A differenza di altri animali, nei quali simili suoni vengono emessi attraverso le narici, nell'orso polare essi fuoriescono dalla bocca parzialmente aperta.[92] I cuccioli piangono per attirare l'attenzione della madre e producono suoni simili a un ronzio durante l'allattamento.[94] Negli incontri ostili possono invece udirsi battiti dei denti, schiocchi delle mascelle, soffi, sbuffi, lamenti, ringhi e ruggiti.[93] La comunicazione visiva coinvolge la posizione e i movimenti degli occhi, delle orecchie, del naso e delle labbra.[90] Anche i segnali chimici rivestono un ruolo importante: ghiandole presenti nei cuscinetti plantari depositano sostanze odorose nelle impronte, permettendo agli individui di seguire gli spostamenti dei propri simili.[95]
Alimentazione e caccia
[modifica | modifica wikitesto]
L'orso polare è un ipercarnivoro[96] ed è la specie di orso maggiormente specializzata in una dieta a base di carne.[37] Rappresenta uno dei principali superpredatori dell'Artico[97] e si nutre soprattutto di foche legate alla banchisa, delle quali consuma in particolare il grasso sottocutaneo, estremamente ricco di energia.[98] La preda più frequente è la foca dagli anelli, ma vengono catturate anche la foca barbata e la foca della Groenlandia.[9] Le foche dagli anelli rappresentano prede ideali perché sono abbondanti e abbastanza piccole da poter essere sopraffatte anche dagli orsi di dimensioni più modeste.[99] Le foche barbate adulte sono invece più grandi e hanno maggiori probabilità di sottrarsi all'attacco; per questo motivo vengono catturate con maggiore successo soprattutto dai maschi adulti. Tra le prede meno comuni figurano la foca dal cappuccio, la foca maculata, la foca fasciata e la foca comune, maggiormente legata alle acque temperate.[100] Gli orsi polari, soprattutto i maschi adulti, possono occasionalmente cacciare i trichechi sia sulla terraferma sia sul ghiaccio. Gli attacchi sono rivolti soprattutto agli individui giovani, poiché gli adulti, protetti da una pelle spessa e armati di lunghe zanne, sono troppo grandi e pericolosi per essere affrontati agevolmente.[101]
Oltre alle foche, gli orsi possono predare cetacei come beluga e narvali, nonché renne, uccelli e loro uova, pesci e invertebrati marini.[102] Consumano raramente vegetali, poiché il loro apparato digerente è fortemente specializzato per gli alimenti di origine animale.[103] Sono stati tuttavia osservati mentre mangiavano bacche, muschi, erbe e alghe.[104] Nelle regioni più meridionali dell'areale, soprattutto presso la baia di Hudson e la baia di James, gli orsi devono trascorrere l'intera estate senza una piattaforma di ghiaccio dalla quale cacciare e dipendono quindi maggiormente dalle risorse alimentari terrestri.[105] Le riserve adipose consentono loro di sopravvivere per diversi mesi senza nutrirsi.[106] Nella specie sono stati documentati anche episodi di cannibalismo.[107]
Gli orsi polari impiegano numerose tecniche di caccia. Quando un individuo avvista una foca distesa sulla banchisa, si avvicina lentamente mantenendo la testa e il collo abbassati, forse per rendere meno visibili il naso e gli occhi scuri. Riduce progressivamente la propria altezza fino ad accucciarsi e, una volta abbastanza vicino, scatta ad alta velocità nel tentativo di afferrare la foca prima che possa raggiungere un foro nel ghiaccio. In alcuni casi l'avvicinamento richiede di attraversare l'acqua. L'orso può avanzare attraverso le cavità presenti nella banchisa oppure nuotare verso una foca distesa su un lastrone. È in grado di rimanere quasi completamente immerso lasciando emergere soltanto il naso e, giunto a distanza sufficiente, balza fuori dall'acqua per attaccare.[108]
Per un breve periodo durante la primavera, gli orsi cercano i piccoli di foca dagli anelli nascosti nelle tane di nascita scavate sotto la neve e il ghiaccio. Dopo averne percepito l'odore e individuato la posizione, si avvicinano silenziosamente per non allarmarli. Utilizzano quindi le zampe anteriori per sfondare la copertura della tana e introducono rapidamente la testa nella cavità, cercando di afferrare il piccolo prima che possa fuggire. Le tane delle foche dagli anelli possono trovarsi a oltre un metro sotto la superficie, ragione per cui gli orsi di maggiori dimensioni sono meglio attrezzati per penetrarvi.[109] Un'altra tecnica consiste nel rimanere immobili presso un foro respiratorio o lungo il margine dell'acqua, aspettando che una foca emerga. L'attesa può protrarsi per diverse ore; quando la preda si affaccia, l'orso tenta di estrarla con le zampe e gli artigli.[110] Questa costituisce la principale strategia di caccia dall'inverno all'inizio della primavera.[9]

Per catturare i trichechi, gli orsi possono provocare il panico all'interno del gruppo e indurre gli animali alla fuga disordinata, cercando poi di raggiungere i giovani rimasti separati dalle madri o schiacciati durante la confusione.[101] Alcune testimonianze riferiscono inoltre che gli orsi abbiano tentato di uccidere o ferire i trichechi lasciando cadere su di essi pietre o blocchi di ghiaccio.[111] Beluga e narvali sono particolarmente vulnerabili quando rimangono intrappolati in acque poco profonde oppure confinati intorno a fori respiratori isolati nel ghiaccio.[112] Durante la caccia alle renne, l'orso polare può nascondersi nella vegetazione prima di lanciarsi all'agguato.[76] Occasionalmente tenta di catturare le prede in mare aperto, nuotando al di sotto di una foca o di un uccello acquatico. Le foche sono tuttavia molto più agili dell'orso nell'acqua.[113] Per uccidere le prede l'orso polare fa affidamento soprattutto sulla forza fisica, servendosi di morsi e colpi inferti con le zampe.[96] È abbastanza potente da estrarre dall'acqua una foca di medie dimensioni o da trascinare per una notevole distanza la carcassa di un beluga.[114] Solo occasionalmente conserva il cibo per consumarlo in seguito, generalmente seppellendolo sotto la neve e soltanto per periodi brevi.[115]
La specie pratica anche il necrofagismo opportunistico. Gli individui subadulti si nutrono spesso dei resti abbandonati da altri orsi. Le femmine con piccoli tendono ad allontanarsi da una carcassa quando si avvicina un maschio adulto, sebbene siano meno propense ad abbandonarla quando non mangiano da molto tempo.[116] Le carcasse dei cetacei rappresentano una fonte alimentare particolarmente preziosa, soprattutto sulla terraferma e dopo lo scioglimento della banchisa. Diversi orsi possono tollerare la presenza reciproca mentre si alimentano su queste grandi ma rare carcasse spiaggiate.[88][117] In una zona dell'Alaska nord-orientale sono stati osservati orsi polari in competizione con i grizzly per le carcasse di balena. Nonostante le dimensioni inferiori, i grizzly sono generalmente più aggressivi e gli orsi polari tendono a cedere loro il posto durante gli scontri.[118] Le volpi artiche seguono abitualmente gli orsi polari per nutrirsi degli avanzi delle loro prede. Di norma vengono tollerate, ma un orso può caricarle se si avvicinano troppo mentre sta mangiando. Durante i periodi privi di ghiaccio, gli orsi polari possono inoltre cercare cibo nelle discariche.[119][120]
Riproduzione e sviluppo
[modifica | modifica wikitesto]
Gli accoppiamenti avvengono sulla banchisa durante la primavera, soprattutto tra marzo e maggio.[9][121][122][87] I maschi cercano le femmine in estro seguendo spesso percorsi tortuosi, una strategia che riduce la probabilità di incontrare altri maschi ma consente comunque di localizzare le potenziali compagne. Le femmine si muovono invece secondo traiettorie più lineari e percorrono territori più estesi.[123] Il sistema riproduttivo della specie è stato descritto alternativamente come poliginia basata sulla difesa della femmina, monogamia seriale o promiscuità.[122][124]
Una volta individuata una femmina, il maschio cerca di isolarla e sorvegliarla. Il corteggiamento può essere piuttosto aggressivo e il maschio insegue la femmina qualora questa tenti di allontanarsi. Possono essere necessari diversi giorni prima che avvenga l'accoppiamento, il quale induce l'ovulazione nella femmina. Dopo la prima copula, tra i due individui si forma un legame temporaneo. Se non vengono disturbate, le coppie rimangono insieme per circa due settimane, durante le quali dormono nello stesso luogo e si accoppiano ripetutamente.[125] La competizione tra maschi può essere intensa e ha favorito, attraverso la selezione sessuale, gli individui di maggiori dimensioni. I maschi presentano spesso cicatrici prodotte dai combattimenti.[121][122] Una coppia già formata può fuggire insieme all'avvicinarsi di un altro maschio.[126] Una femmina si accoppia generalmente con diversi maschi nel corso della stessa stagione e i piccoli di una singola cucciolata possono avere padri differenti.[124]

Terminata la stagione riproduttiva, la femmina accumula ulteriori riserve adipose, necessarie a sostenere sia il proprio metabolismo sia lo sviluppo della prole. Tra agosto e ottobre costruisce una tana di maternità e vi entra per trascorrervi l'inverno. A seconda della regione, le tane possono essere scavate nel ghiaccio marino in prossimità della costa oppure sulla terraferma, all'interno della neve, del terreno o di una combinazione dei due materiali.[127] La camera interna può misurare circa 1,5 m di larghezza e 1,2 m di altezza, mentre il corridoio d'ingresso può raggiungere 2,1 m di lunghezza e 1,2 m di larghezza. La temperatura interna può essere notevolmente superiore a quella esterna.[128] Nella tana la femmina entra in letargo e partorisce i piccoli.[129] Durante questo periodo digiuna e ricicla metabolicamente i prodotti di scarto dell'organismo. Nell'orso polare si verifica l'impianto differito: l'embrione fecondato non comincia a svilupparsi immediatamente, ma si impianta nell'utero soltanto in autunno, tra la metà di settembre e la metà di ottobre.[130] Considerando questa pausa, la gestazione dura complessivamente da sette a nove mesi, mentre lo sviluppo embrionale vero e proprio occupa soltanto circa due mesi.[131]
Le femmine partoriscono generalmente due piccoli per cucciolata. Come negli altri orsi, i neonati sono minuscoli e fortemente inetti.[132] Alla nascita sono ricoperti da una peluria lanosa, hanno la pelle rosa e pesano circa 600 g.[9][31] Gli occhi rimangono chiusi per circa un mese.[133] Il latte materno, particolarmente ricco di grassi, sostiene la rapida crescita dei piccoli, che vengono mantenuti al caldo sia dal corpo della madre sia dall'isolamento offerto dalla tana. La famiglia emerge tra la fine di febbraio e l'inizio di aprile, quando i cuccioli sono ormai abbastanza sviluppati da camminare al seguito della madre.[134] In quel momento pesano tra 10 e 15 kg.[9] La famiglia rimane nei pressi della tana per circa due settimane. Durante questo periodo i cuccioli esplorano l'ambiente e giocano, mentre la madre trascorre gran parte del tempo riposando. In seguito si dirigono verso il ghiaccio marino.[135]
I cuccioli di meno di un anno rimangono molto vicini alla madre. Quando questa caccia, restano immobili e osservano finché non vengono richiamati.[136] L'osservazione e l'imitazione del comportamento materno permettono loro di affinare gradualmente le tecniche di caccia.[137] Dopo il primo anno diventano più indipendenti e iniziano a esplorare maggiormente l'ambiente. Intorno ai due anni sono ormai capaci di cacciare autonomamente.[138] I piccoli vengono allattati mentre la madre giace su un fianco oppure rimane seduta sul posteriore.[135] Una femmina in lattazione non è in grado di concepire e portare a termine una nuova gravidanza.[139] Lo svezzamento avviene tra i due anni e i due anni e mezzo.[9] La madre può semplicemente abbandonare i giovani ormai svezzati oppure questi possono essere allontanati da un maschio corteggiatore.[138] Le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai quattro anni, mentre i maschi la raggiungono generalmente verso i sei.[140] Le femmine completano la crescita corporea a quattro o cinque anni; i maschi raggiungono invece le dimensioni definitive a un'età circa doppia.[141]
Mortalità
[modifica | modifica wikitesto]Gli orsi polari possono vivere fino a circa trent'anni.[9] La relativa longevità della specie e la capacità delle femmine di produrre cucciolate ripetute compensano in parte l'elevata mortalità giovanile. Alcuni piccoli muoiono nella tana o già nell'utero quando la madre si trova in cattive condizioni fisiche. Se nell'anno successivo riesce ad alimentarsi adeguatamente, la femmina può tuttavia produrre una nuova cucciolata con maggiori possibilità di sopravvivenza. I cuccioli possono morire di fame quando la madre non riesce a catturare prede sufficienti.[142] Sono inoltre minacciati dai lupi[143] e dai maschi adulti. Questi ultimi possono ucciderli per indurre la madre a tornare in estro, ma compiono infanticidi anche al di fuori della stagione riproduttiva per nutrirsene.[107] Una femmina con i piccoli può generalmente sottrarsi a un maschio, che è più lento. Se però riesce ad avvicinarsi a un cucciolo, la madre può tentare di affrontarlo, talvolta perdendo la vita nel combattimento.[144]
Gli individui subadulti, ormai indipendenti ma non ancora completamente maturi, attraversano una fase particolarmente difficile. Sono meno abili nella caccia rispetto agli adulti e, anche quando riescono a catturare una preda, questa può essere sottratta loro da un orso più grande. Sono quindi spesso costretti a nutrirsi di carcasse, risultano sottopeso e corrono un elevato rischio di morire di fame. Una volta raggiunta l'età adulta, gli orsi polari presentano un'elevata probabilità di sopravvivenza, sebbene i maschi possano riportare gravi ferite durante i combattimenti per le femmine.[145] La specie è inoltre particolarmente vulnerabile a Trichinella, un genere di nematodi parassiti che può essere trasmesso attraverso il consumo della carne di altri orsi.[146]
Stato di conservazione
[modifica | modifica wikitesto]
Nel 2015 la Lista rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha classificato l'orso polare come specie vulnerabile, a causa della «riduzione dell'area occupata, dell'estensione dell'areale e/o della qualità dell'habitat». La popolazione complessiva è stata stimata tra 22.000 e 31.000 individui, mentre la sua tendenza generale rimane sconosciuta. Le principali minacce sono rappresentate dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento e dallo sviluppo delle attività energetiche.[1] Nel 2021 il Polar Bear Specialist Group della Commissione per la salvaguardia delle specie dell'IUCN ha giudicato «probabilmente stabili» quattro sottopopolazioni, quelle del mare di Barents, del mare dei Ciukci, del bacino di Foxe e del golfo di Boothia. Le popolazioni del bacino di Kane e dello stretto di M'Clintock sono state considerate «probabilmente aumentate», mentre quelle del mare di Beaufort meridionale e della baia di Hudson meridionale e occidentale sono state classificate come «probabilmente diminuite» durante determinati periodi compresi tra gli anni Ottanta del XX secolo e gli anni Dieci del XXI secolo. Per le altre dieci sottopopolazioni non erano disponibili dati sufficienti.[57]
Uno studio del 2008, basandosi sulla prevista riduzione del ghiaccio marino, stimò che entro il 2050 potessero scomparire due terzi degli orsi polari del mondo e che, nell'arco di cinquant'anni, sarebbe probabilmente sopravvissuta una sola popolazione.[148] Una ricerca del 2016 previde invece una probabile diminuzione superiore al 30% nell'arco di tre generazioni, concludendo che un declino maggiore del 50% fosse molto meno verosimile.[149] Una revisione del 2012 suggerì che, se le tendenze fossero proseguite, entro il 2050 l'orso polare avrebbe potuto estinguersi localmente nelle regioni meridionali dell'areale, lasciando l'arcipelago artico canadese e la Groenlandia settentrionale come principali roccaforti della specie.[150] Uno studio del 2020 concluse che, secondo lo scenario climatico peggiore, la maggior parte delle sottopopolazioni sarebbe scomparsa entro il 2100, mentre anche uno scenario intermedio avrebbe determinato l'estinzione locale di alcune di esse entro la fine del secolo.[151] Uno studio del 2025 ha tuttavia osservato che le proiezioni demografiche globali del 2020 erano state elaborate soprattutto sulla base delle popolazioni della baia di Hudson, sottolineando quindi la necessità di analisi specifiche per ciascuna popolazione, date le differenze ecologiche esistenti tra le varie regioni.[152] Una ricerca del 2014, citata nello studio del 2025, aveva infatti rilevato che gli orsi polari del mare dei Ciukci mostravano una maggiore resilienza alla diminuzione del ghiaccio rispetto alla vicina popolazione del mare di Beaufort.[153]
La principale minaccia associata ai cambiamenti climatici è costituita dalla malnutrizione e dalla morte per fame provocate dalla perdita dell'habitat. Gli orsi polari cacciano le foche sulla banchisa, ma l'aumento delle temperature determina uno scioglimento sempre più precoce del ghiaccio, costringendoli a raggiungere la terraferma prima di avere accumulato riserve adipose sufficienti per superare il periodo di scarsità alimentare della tarda estate e dell'inizio dell'autunno. Una banchisa più sottile tende inoltre a frantumarsi più facilmente, rendendo più difficile l'accesso alle foche. Un'alimentazione insufficiente provoca una diminuzione del successo riproduttivo delle femmine adulte e riduce le probabilità di sopravvivenza dei cuccioli e degli individui giovani. L'impossibilità di raggiungere le foche induce inoltre gli orsi a cercare cibo sulla terraferma, aumentando il rischio di conflitti con gli esseri umani.[62][150] Uno studio del 2024 ha concluso che un maggiore consumo di risorse terrestri durante periodi caldi sempre più prolungati difficilmente può fornire agli orsi della baia di Hudson un nutrimento sufficiente. Ciò accresce il rischio di morte per fame nei periodi privi di ghiaccio, soprattutto per gli individui subadulti.[154] Al contrario, uno studio del 2026 condotto sugli orsi polari delle Svalbard ha rilevato che questi animali erano riusciti ad accumulare grasso e a sopravvivere nutrendosi di prede meno dipendenti dalla banchisa durante prolungati periodi senza ghiaccio.[155]
La riduzione della copertura ghiacciata costringe inoltre gli orsi a compiere traversate a nuoto più lunghe, consumando ulteriormente le riserve energetiche e, in alcuni casi, rischiando di annegare. La maggiore mobilità e instabilità della banchisa può ridurre la disponibilità di luoghi adatti alla costruzione delle tane oppure aumentare le distanze che le madri devono percorrere per raggiungere le tane terrestri e abbandonarle. Lo scongelamento del permafrost può rendere più instabili e soggette a cedimenti le volte delle tane scavate nel terreno. Una minore quantità di neve può ridurne l'isolamento termico, mentre precipitazioni piovose più abbondanti possono aumentare il rischio di crolli.[62][150] La capacità massima della globulina legante i corticosteroidi presente nel siero degli orsi polari è correlata al loro livello di stress ed è aumentata parallelamente al riscaldamento climatico.[156] In un ambiente più caldo potrebbero inoltre proliferare più facilmente batteri patogeni e parassiti.[150]
Anche lo sviluppo delle attività petrolifere e del gas naturale incide sull'habitat della specie. L'area di pianificazione del mare dei Ciukci, nell'Alaska nord-occidentale, dove sono state concesse numerose licenze di perforazione, è risultata particolarmente importante per le femmine che non si trovano nelle tane di maternità.[157] Le fuoriuscite di petrolio costituiscono un ulteriore pericolo. Uno studio del 2018 ha stimato che non più del 10% dell'habitat ottimale dell'orso polare nel mare dei Ciukci sia esposto al rischio di una potenziale fuoriuscita; tuttavia, un incidente della massima estensione possibile potrebbe coinvolgere quasi il 40% della popolazione regionale.[158] A causa della loro posizione al vertice della piramide alimentare, gli orsi polari accumulano concentrazioni elevate di inquinanti organici persistenti, tra cui i policlorobifenili, o PCB, e i pesticidi clorurati. Molte di queste sostanze sono state vietate a livello internazionale dopo il riconoscimento dei loro effetti nocivi sull'ambiente. Le loro concentrazioni negli orsi polari sono lentamente diminuite, ma tali composti continuano a essere presenti e, in alcune popolazioni, sono persino aumentati.[159]
L'orso polare gode di una certa protezione giuridica in tutti i paesi compresi nel suo areale. Dal 2008 è classificato come specie minacciata ai sensi dell'Endangered Species Act degli Stati Uniti,,[160] mentre dal 1991 il Comitato canadese sullo stato della fauna selvatica in pericolo lo considera una specie «di particolare preoccupazione».[161] Nel 1973 fu sottoscritto l'Accordo sulla conservazione degli orsi polari da parte di tutte e cinque le nazioni che ospitano popolazioni della specie: Canada, Danimarca, alla quale appartiene il territorio autonomo della Groenlandia, Russia, allora Unione Sovietica, Norvegia e Stati Uniti. L'accordo vietò la maggior parte delle forme di prelievo, consentì alle popolazioni indigene di continuare la caccia mediante metodi tradizionali e promosse la tutela dell'habitat dell'orso polare.[162] La Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione include infine l'orso polare nell'Appendice II,[163] che ne permette il commercio internazionale soltanto in forma regolamentata.[164]
Rapporti con l'uomo
[modifica | modifica wikitesto]Gli orsi polari convivono e interagiscono con le popolazioni circumpolari da migliaia di anni.[165] Nel Nihon Shoki, cronaca giapponese del VII secolo, gli «orsi bianchi» sono menzionati come beni destinati agli scambi commerciali. Non è tuttavia chiaro se si trattasse di veri orsi polari oppure di orsi bruni dal mantello insolitamente chiaro.[166] Durante il Medioevo gli Europei consideravano gli orsi bianchi animali rari ed esotici, mentre avevano maggiore familiarità con gli orsi dal mantello bruno o nero.[167] La prima descrizione scritta conosciuta dell'orso polare nel suo ambiente naturale compare nel Konungs skuggsjá, testo norvegese anonimo del XIII secolo. L'opera afferma che «l'orso bianco della Groenlandia vaga per la maggior parte del tempo sul ghiaccio marino, cacciando foche e balene e nutrendosi di esse», e aggiunge che l'animale è «un nuotatore abile quanto qualsiasi foca o balena».[168]

Nei secoli successivi numerosi esploratori europei menzionarono gli orsi polari e ne descrissero le abitudini.[169][170] Questi resoconti divennero progressivamente più accurati dopo l'Illuminismo, quando in Europa furono portati sia esemplari vivi sia carcasse. Continuarono tuttavia a circolare testimonianze fantasiose, tra cui la credenza secondo cui gli orsi si coprissero il naso durante la caccia per nasconderne il colore scuro. Una raffigurazione relativamente accurata della specie compare nell'opera di Henry Ellis A Voyage to Hudson's Bay, pubblicata nel 1748.[171] L'orso polare fu formalmente classificato come specie distinta da Constantine Phipps in seguito alla sua spedizione artica del 1773. Alla spedizione partecipò anche il giovane Horatio Nelson, che, secondo la tradizione, avrebbe tentato senza successo di abbattere un orso polare per donarne la pelliccia al padre.[8] Nell'edizione del 1785 della sua Histoire Naturelle, il conte di Buffon descrisse e raffigurò un «orso marino», chiaramente identificabile con l'orso polare, distinguendolo dagli «orsi terrestri», probabilmente corrispondenti agli orsi bruni e agli orsi neri. Questa distinzione contribuì alla diffusione delle prime idee sulla formazione e sulla differenziazione delle specie. Buffon menzionò inoltre un «orso bianco delle foreste», che potrebbe essere stato un orso di Kermode.[172]
Sfruttamento
[modifica | modifica wikitesto]
Gli orsi polari venivano cacciati già 8.000 anni fa, come dimostrano i resti archeologici rinvenuti sull'isola di Žochov, nel mare della Siberia orientale. La più antica raffigurazione grafica conosciuta di una caccia all'orso polare mostra un uomo accompagnato da tre cani. L'immagine fa parte di un complesso di incisioni rupestri rinvenute a Pegtymel, in Siberia, e risale a un periodo compreso tra il V e l'VIII secolo. Prima dell'introduzione delle armi da fuoco, le popolazioni indigene cacciavano gli orsi con lance, archi e frecce, spesso operando in gruppo e con l'aiuto dei cani. Sebbene la caccia avvenisse generalmente a piedi, alcuni cacciatori colpivano con l'arpione gli orsi che nuotavano, avvicinandosi in barca. Gli animali potevano inoltre essere uccisi all'interno delle loro tane. In alcune culture l'uccisione di un orso polare costituiva un rito di passaggio per i ragazzi. L'animale era comunque oggetto di profondo rispetto e la caccia era regolata da rituali rigorosi.[173] Degli orsi venivano utilizzati la pelliccia, la carne, il grasso, i tendini, le ossa e i denti.[174][175] La pelliccia era impiegata come indumento o giaciglio, mentre ossa e denti venivano trasformati in utensili. Presso i Netsilik, il cacciatore che assestava il colpo mortale aveva diritto alla pelliccia, mentre la carne veniva distribuita fra tutti i partecipanti alla battuta. In alcuni casi i cuccioli degli orsi uccisi venivano catturati e allevati.[176]

Durante il Medioevo i coloni norreni della Groenlandia commerciavano pellicce di orso polare.[177] In Russia il commercio di prodotti ricavati dalla specie è documentato almeno dal 1556, e la Novaja Zemlja e la Terra di Francesco Giuseppe divennero importanti centri di raccolta e scambio. La caccia su vasta scala alle Svalbard ebbe inizio almeno nel XVIII secolo, quando gli esploratori russi uccidevano non meno di 150 orsi ogni anno. Nel secolo successivo furono soprattutto i Norvegesi a intensificare il prelievo nell'arcipelago. Tra gli anni Settanta dell'Ottocento e gli anni Settanta del Novecento furono uccisi complessivamente circa 22.000 esemplari. Dal XVIII al XX secolo, in Russia e alle Svalbard furono abbattuti o catturati complessivamente più di 150.000 orsi polari. Nell'Artico canadese gli animali venivano cacciati anche dai balenieri commerciali, soprattutto quando le catture di cetacei risultavano insufficienti. Si stima che, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, la Compagnia della Baia di Hudson abbia venduto circa 15.000 pellicce di orso polare.[178] A partire dalla metà del XX secolo, i paesi artici cominciarono a regolamentare la caccia, un processo culminato nell'accordo internazionale del 1973.[162]
La carne di orso polare veniva comunemente consumata come provvista dagli esploratori e dai marinai dell'Artico, ma i giudizi sul suo sapore erano assai discordanti. Alcuni la descrivevano come eccessivamente coriacea e caratterizzata da un odore troppo forte, mentre altri la consideravano un «piatto da re».[179] Era invece noto che il fegato fosse troppo tossico per essere consumato, a causa delle altissime concentrazioni di vitamina A accumulate attraverso le prede.[180] Quando non erano disponibili altri combustibili, il grasso dell'orso polare veniva utilizzato anche per alimentare le lampade.[179] Tra il XIII e il XIV secolo le pellicce di orso polare utilizzate come tappeti erano molto diffuse nelle chiese norvegesi. In epoca moderna, alcuni attori del cinema hollywoodiano si fecero fotografare distesi su tappeti ricavati da pelli d'orso. Particolarmente celebri furono le immagini di Marilyn Monroe, alle quali venivano spesso attribuite implicazioni erotiche.[181]
Conflitti con l'uomo
[modifica | modifica wikitesto]
Quando il ghiaccio marino si scioglie, gli orsi polari, soprattutto gli individui subadulti, possono entrare in conflitto con gli esseri umani per l'accesso alle risorse alimentari disponibili sulla terraferma.[182] Gli animali sono attratti dall'odore dei cibi e dei rifiuti prodotti dall'uomo, in particolare presso le discariche, e possono essere abbattuti quando penetrano nelle proprietà private.[183] A Churchill, nella provincia canadese del Manitoba, le autorità locali gestiscono una struttura comunemente chiamata «prigione degli orsi polari», nella quale vengono temporaneamente confinati gli individui problematici fino alla riformazione del ghiaccio marino.[184] I cambiamenti climatici hanno contribuito ad aumentare la frequenza dei conflitti tra la specie e le comunità umane.[182] Nel febbraio del 2019 più di cinquanta orsi polari invasero un centro abitato della Novaja Zemlja, inducendo le autorità locali a dichiarare lo stato di emergenza.[185]
Tra il 1870 e il 2014 sono stati stimati 73 attacchi di orso polare contro esseri umani, che provocarono complessivamente 20 vittime. La maggior parte degli attacchi fu compiuta da maschi affamati, generalmente subadulti, mentre quelli condotti dalle femmine erano perlopiù finalizzati alla difesa dei piccoli. Rispetto agli attacchi compiuti dagli orsi bruni e dagli orsi neri americani, quelli degli orsi polari si verificarono più frequentemente nei pressi degli insediamenti umani. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che gli animali, spinti dalla scarsità di cibo, sono maggiormente inclini ad avvicinarsi ai centri abitati. Come le altre due specie, anche l'orso polare difficilmente attacca più di due persone nel corso dello stesso episodio. Sebbene sia comunemente considerato l'orso più pericoloso, non risulta più aggressivo nei confronti dell'uomo rispetto alle altre specie.[186]
Cattività
[modifica | modifica wikitesto]
Per lungo tempo l'orso polare fu particolarmente ricercato dai collezionisti di animali esotici, sia per la sua rarità e la lontananza del suo habitat sia per la reputazione di creatura feroce.[187] È inoltre uno dei pochi mammiferi marini capaci di riprodursi con relativo successo in cattività.[188] In origine gli orsi polari erano mantenuti esclusivamente nelle collezioni di sovrani e membri delle élite. La Torre di Londra ne ospitava già uno nel 1252, durante il regno di Enrico III. Nel 1609 Giacomo VI di Scozia e I d'Inghilterra e d'Irlanda ricevette due cuccioli dal marinaio Jonas Poole, che li aveva catturati durante una spedizione alle Svalbard.[189] Alla fine del XVII secolo Federico I di Prussia ospitava orsi polari nelle proprie menagerie insieme ad altri animali selvatici. Per consentire loro di esibirsi in combattimenti simulati senza provocare ferite gravi, ne faceva rimuovere gli artigli e i canini. Intorno al 1726 Caterina I di Russia donò due orsi polari ad Augusto II il Forte di Polonia, che desiderava aggiungerli alla propria collezione zoologica.[190] In seguito la specie cominciò a essere mostrata al pubblico negli zoo e nei circhi.[191] All'inizio del XIX secolo veniva esposta presso l'Exeter Exchange di Londra e nelle menagerie di Vienna e Parigi. Il primo zoo nordamericano a ospitare un orso polare fu quello di Filadelfia, nel 1859.[192]
Carl Hagenbeck introdusse importanti innovazioni nell'allestimento degli spazi destinati agli orsi polari, sostituendo le tradizionali gabbie e fosse con ambienti progettati per richiamare l'habitat naturale della specie. Nel 1907 inaugurò al Tierpark Hagenbeck di Amburgo una complessa struttura panoramica costituita da scenari di neve e ghiaccio artificiali separati da fossati. Le diverse piattaforme ospitavano animali artici differenti, creando l'illusione che vivessero insieme nello stesso ambiente. A partire dal 1975 lo zoo di Hellabrunn, a Monaco di Baviera, ospitò gli orsi polari in un recinto dotato di una barriera di vetro, un edificio coperto, piattaforme di cemento simili a lastroni di ghiaccio e una grande piscina. All'interno dell'edificio erano presenti tane di maternità e locali destinati alla preparazione e alla conservazione del cibo. Il complesso era collegato a un cortile esterno che offriva agli animali ulteriore spazio. Strutture analoghe, naturalistiche e concepite per immergere il visitatore nell'ambiente rappresentato, furono inaugurate all'inizio del XXI secolo, tra cui l'«Arctic Ring of Life» dello zoo di Detroit e il Cochrane Polar Bear Habitat, in Ontario.[193][194] Molti zoo europei e nordamericani hanno tuttavia smesso di ospitare orsi polari a causa delle notevoli dimensioni e degli elevati costi richiesti dagli allestimenti moderni.[195] Negli zoo nordamericani la popolazione raggiunse il massimo nel 1975, con 229 individui, per poi diminuire nel corso del XXI secolo.[196]

Gli orsi polari sono stati anche addestrati a esibirsi nei circhi. Gli orsi in generale erano molto diffusi negli spettacoli circensi perché grandi, potenti, relativamente facili da addestrare e dotati di una postura che poteva ricordare quella umana. Il mantello bianco rendeva gli orsi polari particolarmente appariscenti. Le esibizioni contribuirono a trasformarne l'immagine pubblica, da mostri feroci a figure più buffe e divertenti. Nel 1888 il Circus Krone, in Germania, impiegava già orsi polari addestrati, seguito nel 1904 dalla Bostock and Wombwell Menagerie in Inghilterra. Il direttore circense Wilhelm Hagenbeck addestrò fino a 75 orsi polari a scivolare lungo uno scivolo all'interno di una grande vasca. Cominciò a esibirsi con loro nel 1908 e lo spettacolo riscosse particolare successo all'Hippodrome di Londra. Tra gli altri numeri circensi eseguiti dagli orsi figuravano la camminata sulla fune, l'equilibrismo su palle, il pattinaggio a rotelle e persino la guida di motociclette. Una delle più celebri addestratrici della seconda metà del XX secolo fu la tedesco-orientale Ursula Böttcher, la cui corporatura minuta creava un forte contrasto scenico con le grandi dimensioni degli animali. A partire dalla fine del XX secolo la maggior parte degli spettacoli con orsi polari è stata progressivamente eliminata. Negli Stati Uniti il loro impiego nei circhi è oggi vietato.[197]
Tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo alcuni esemplari in cattività raggiunsero una notevole celebrità. Il più famoso fu probabilmente Knut, dello Zoologischer Garten di Berlino, respinto dalla madre e allevato artificialmente dal personale dello zoo. Un altro esemplare, Binky, dello zoo di Anchorage in Alaska, divenne noto dopo avere attaccato due visitatori che si erano avvicinati eccessivamente al recinto.[198][199] Gli orsi polari in cattività possono manifestare comportamenti stereotipati, come il continuo movimento avanti e indietro lungo lo stesso percorso. Uno studio ha registrato che gli animali trascorrevano circa il 14% della giornata compiendo questi movimenti ripetitivi.[200] Gus, un esemplare dello zoo di Central Park, ricevette una terapia a base di Prozac a causa della sua abitudine di nuotare incessantemente nella vasca.[201] Per ridurre i comportamenti stereotipati, gli operatori degli zoo forniscono agli animali oggetti e attività di arricchimento ambientale destinati a stimolarne il gioco e l'esplorazione.[202] In condizioni sufficientemente calde, la proliferazione di alghe all'interno della parte midollare dei peli di copertura può conferire agli orsi polari degli zoo una colorazione verdastra.[203]
Importanza culturale
[modifica | modifica wikitesto]Gli orsi polari occupano un ruolo di primo piano nella cultura e nella religione degli Inuit. La divinità Torngarsuk è talvolta immaginata come un gigantesco orso polare. Secondo la tradizione risiederebbe sotto il fondale marino, in un mondo sotterraneo abitato dai morti, e avrebbe potere sugli animali del mare. Gli sciamani kalaallit lo veneravano attraverso canti e danze e si riteneva che, qualora li giudicasse degni, Torngarsuk li conducesse con sé in mare per divorarli. Gli orsi polari erano associati anche alla dea Nuliajuk, alla quale veniva attribuita la creazione della specie e degli altri animali marini. Si credeva inoltre che gli sciamani potessero raggiungere la Luna o il fondo dell'oceano cavalcando uno spirito guardiano dall'aspetto di orso polare. Numerosi racconti descrivono esseri umani che si trasformano in orsi o si travestono indossandone le pelli; in altre storie sono invece gli orsi a togliersi la pelle e ad assumere sembianze umane. Nell'astronomia inuit l'ammasso stellare delle Pleiadi rappresenta un orso polare intrappolato dai cani, mentre la cintura di Orione, le Iadi e Aldebaran simboleggiano rispettivamente i cacciatori, i cani e un orso ferito.[204]
Gli orsi polari compaiono anche nel folclore e nella letteratura nordici. Nel Racconto di Auðun dei Fiordi Occidentali, composto intorno al 1275, un povero di nome Auðun spende tutto il proprio denaro per acquistare un orso polare in Groenlandia, ma finisce per arricchirsi dopo averlo donato al re di Danimarca.[205] Nel manoscritto trecentesco Hauksbók, un uomo di nome Odd uccide e mangia l'orso polare responsabile della morte del padre e del fratello. Nel racconto L'uomo di Grímsey e l'orsa, una femmina allatta e salva un contadino rimasto bloccato su un lastrone di ghiaccio, ricevendo in cambio carne di pecora. Alcuni scritti islandesi del XVIII secolo menzionano la leggenda del «re degli orsi polari», noto come bjarndýrakóngur. La creatura era descritta come un orso dalle «guance rossastre», dotato di un corno simile a quello di un unicorno e capace di risplendere nell'oscurità. Si riteneva che comprendesse il linguaggio umano e fosse dotato di straordinaria intelligenza.[206] Due fiabe norvegesi, A est del Sole e a ovest della Luna e Re Valemon, l'orso bianco, narrano di orsi bianchi che si trasformano in uomini e seducono giovani donne.[207]
Le raffigurazioni degli orsi polari compaiono frequentemente nelle antiche carte geografiche delle regioni settentrionali. Una delle prime potrebbe essere quella presente nella Carta marina svedese del 1539, nella quale un orso bianco è disegnato sull'Islanda, indicata come «Islandia». Una carta dell'America settentrionale del 1544 mostra invece due orsi polari nelle vicinanze del Québec. Tra i dipinti più noti che raffigurano la specie figurano Combattimento tra orsi polari di François-Auguste Biard, del 1839, e L'uomo propone, Dio dispone di Edwin Landseer, del 1864. Gli orsi polari sono comparsi anche nel cinema. Una caccia inuit fu filmata nel documentario Igloo del 1932, mentre nel film The White Dawn del 1974 venne inscenato l'accoltellamento di un orso addestrato. Nel film The Big Show del 1961 due personaggi vengono uccisi da un orso polare circense; le scene furono girate impiegando addestratori al posto degli attori. Nella letteratura contemporanea gli orsi polari figurano sia nei libri per l'infanzia, come Il piccolo orso polare e le balene di Hans de Beer e L'orfano e l'orso polare di Sakiasi Qaunaq, sia nella narrativa fantastica, come nella serie Queste oscure materie di Philip Pullman. Nel programma radiofonico The Jack Benny Program, Mel Blanc prestò la voce a Carmichael, l'orso polare domestico di Jack Benny.[208] La specie compare inoltre su bandiere e stemmi, tra cui quello della Groenlandia, ed è stata ampiamente impiegata nella pubblicità, in particolare dalla Coca-Cola a partire dal 1922.[209]
In quanto rappresentanti carismatici della megafauna, gli orsi polari sono diventati uno dei principali simboli delle campagne di sensibilizzazione sui pericoli dei cambiamenti climatici. Aurora, una gigantesca marionetta a forma di orso polare, è stata creata da Greenpeace per essere utilizzata durante le manifestazioni ambientaliste.[210] Il World Wide Fund for Nature ha invece venduto peluche raffiguranti la specie nell'ambito della campagna «Arctic Home».[211] Fotografie di orsi polari, spesso ritratti su piccoli lastroni di ghiaccio, sono apparse sulle riviste National Geographic e Time. Il documentario di denuncia e sensibilizzazione Una scomoda verità, del 2006, contiene una sequenza animata nella quale un orso è costretto a nuotare alla ricerca del ghiaccio.[210] La casa automobilistica Nissan ha utilizzato un orso polare in uno spot pubblicitario nel quale l'animale abbraccia un uomo per aver scelto un'automobile elettrica.[212] Nel 2009, infine, una statua di ghiaccio raffigurante un orso polare con uno scheletro di bronzo fu lasciata deliberatamente sciogliere al sole a Copenaghen, come rappresentazione simbolica del riscaldamento globale.[213]
Sottospecie di orso polare
[modifica | modifica wikitesto]
Attualmente è riconosciuta solo una sottospecie di orso polare, ed è estinta, l'orso polare tiranno (Ursus maritimus tyrannus). Attualmente è l'unica specie confermata di orso polare.
Alcune fonti citano che esistono 19 sottospecie di orso polare ma questa teoria non è ben confermata.
Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 (EN) Wiig, Ø., Amstrup, S., Atwood, T., Laidre, K., Lunn, N., Obbard, M., Regehr, E. & Thiemann, G. (2015), Ursus maritimus, su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2020.2, IUCN, 2020.
- 1 2 John Phipps, A voyage towards the North Pole undertaken by His Majesty's command, 1773, Londra, W. Bowyer and J. Nicols, for J. Nourse, 1774, p. 185. URL consultato il 13 gennaio 2018 (archiviato dall'url originale il 7 luglio 2017).
- ↑ Polar Bear Range States - Polar bears injured or killed in conflict situations; Humans injured or killed by polar bears, su polarbearagreement.org. URL consultato il 19 maggio 2026.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 13, 31, 68-69, 122, 253.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 48.
- ↑ Derocher, 2012, p. 1.
- ↑ Fee, 2019, p. 48.
- 1 2 Fee, 2019, p. 41.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 Douglas P. DeMaster e Ian Stirling, Ursus maritimus, in Mammalian Species, n. 145, 8 maggio 1981, pp. 1-7, DOI:10.2307/3503828, JSTOR 3503828, OCLC 46381503.
- 1 2 Ellis, 2009, p. 67.
- 1 2 3 4 B. Kurtén, The evolution of the polar bear, Ursus maritimus Phipps, in Acta Zoologica Fennica, vol. 108, 1964, pp. 1-30.
- 1 2 Don E. Wilson, Cranial variation in polar bears, in Bears: Their Biology and Management, vol. 3, 1976, pp. 447-453, DOI:10.2307/3872793, ISSN 1936-0614, JSTOR 3872793.
- 1 2 Committee on Taxonomy, List of Marine Mammal Species & Subspecies, su marinemammalscience.org, The Society for Marine Mammalogy, ottobre 2014 (archiviato dall'url originale il 6 gennaio 2015).
- 1 2 3 C. R. Harington, The evolution of Arctic marine mammals, in Ecological Applications, vol. 18, sp2, 2008, pp. S23-S40, Bibcode:2008EcoAp..18S..23H, DOI:10.1890/06-0624.1, PMID 18494361.
- ↑ Derocher, 2012, p. 37.
- ↑ Li Yu, Yi-Wei Li, Oliver A. Ryder e Ya-Ping Zhang, Analysis of complete mitochondrial genome sequences increases phylogenetic resolution of bears (Ursidae), a mammalian family that experienced rapid speciation, in BMC Evolutionary Biology, vol. 7, n. 198, 2007, p. 198, Bibcode:2007BMCEE...7..198Y, DOI:10.1186/1471-2148-7-198, PMC 2151078, PMID 17956639.
- ↑ C. Servheen, S. Herrero e B. Peyton, Bears: Status Survey and Conservation Action Plan (PDF), IUCN, 1999, pp. 26-30, ISBN 978-2-8317-0462-3 (archiviato il 9 ottobre 2022).
- ↑ V. Kumar, F. Lammers, T. Bidon, M. Pfenninger, L. Kolter, M. A. Nilsson e A. Janke, The evolutionary history of bears is characterized by gene flow across species, in Scientific Reports, vol. 7, 2017, Bibcode:2017NatSR...746487K, DOI:10.1038/srep46487, PMC 5395953, PMID 28422140.
- 1 2 3 C. Lindqvist, S. C. Schuster, Y. Sun, S. L. Talbot, J. Qi, A. Ratan, L. P. Tomsho, L. Kasson, E. Zeyl, J. Aars, W. Miller, O. Ingolfsson, L. Bachmann e O. Wiig, Complete mitochondrial genome of a Pleistocene jawbone unveils the origin of polar bear, in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 107, n. 11, 2010, pp. 5053-5057, Bibcode:2010PNAS..107.5053L, DOI:10.1073/pnas.0914266107, PMC 2841953, PMID 20194737.
- ↑ Ólafur Ingólfsson e Øystein Wiig, Late Pleistocene fossil find in Svalbard: the oldest remains of a polar bear (Ursus maritimus Phipps, 1744) ever discovered, in Polar Research, vol. 28, n. 3, 2009, pp. 455-462, DOI:10.3402/polar.v28i3.6131.
- ↑ S. L. Talbot e G. F. Shields, Phylogeography of brown bears (Ursus arctos) of Alaska and paraphyly within the Ursidae, in Molecular Phylogenetics and Evolution, vol. 5, n. 3, 1996, pp. 477-494, Bibcode:1996MolPE...5..477T, DOI:10.1006/mpev.1996.0044, PMID 8744762.
- ↑ G. F. Shields, D. Adams, G. Garner, M. Labelle, J. Pietsch, M. Ramsay, C. Schwartz, K. Titus e S. Williamson, Phylogeography of mitochondrial DNA variation in brown bears and polar bears, in Molecular Phylogenetics and Evolution, vol. 15, n. 2, 2000, pp. 19-26, Bibcode:2000MolPE..15..319S, DOI:10.1006/mpev.1999.0730, PMID 10837161.
- 1 2 3 F. Hailer, V. E. Kutschera, B. M. Hallstrom, D. Klassert, S. R. Fain, J. A. Leonard, U. Arnason e A. Janke, Nuclear genomic sequences reveal that polar bears are an old and distinct bear lineage, in Science, vol. 336, n. 6079, 2012, pp. 344-347, Bibcode:2012Sci...336..344H, DOI:10.1126/science.1216424, PMID 22517859, hdl:10261/58578.
- 1 2 3 T. Lan, K. Leppälä, C. Tomlin, S. L. Talbot, G. K. Sage, S. D. Farley, R. T. Shideler, L. Bachmann, Ø. Wiig, V. A. Albert, J. Salojärvi, T. Mailund, D. I. Drautz-Moses, S. C. Schuster, L. Herrera-Estrella e C. Lindqvist, Insights into bear evolution from a Pleistocene polar bear genome, in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 119, n. 14, 2022, Bibcode:2022PNAS..11900016L, DOI:10.1073/pnas.2200016119, PMC 9214488, PMID 35666863.
- 1 2 Alexandre Hassanin, The role of Pleistocene glaciations in shaping the evolution of polar and brown bears. Evidence from a critical review of mitochondrial and nuclear genome analyses (PDF), in Comptes Rendus Biologies, vol. 338, n. 7, 2015, pp. 494-501, DOI:10.1016/j.crvi.2015.04.008, PMID 26026577.
- 1 2 C. J. Edwards, M. A. Suchard, P. Lemey, J. J. Welch, I. Barnes, T. L. Fulton, R. Barnett, T. O'Connell, P. Coxon, N. Monaghan, C. E. Valdiosera, E. D. Lorenzen, E. Willerslev, G. F. Baryshnikov, A. Rambaut, M. G. Thomas, D. G. Bradley e B. Shapiro, Ancient hybridization and an Irish origin for the modern polar bear matriline, in Current Biology, vol. 21, n. 15, 2011, pp. 1251-1258, Bibcode:2011CBio...21.1251E, DOI:10.1016/j.cub.2011.05.058, PMC 4677796, PMID 21737280.
- 1 2 J. A. Cahill, P. D. Heintzman, K. Harris, M. D. Teasdale, M. D. Kapp, A. E. R. Soares, I. Stirling, D. Bradley, C. J. Edward, K. Graim, A. A. Kisleika, A. V. Malev, N. Monaghan, R. E. Green e B. Shapiro, Genomic evidence of widespread admixture from polar bears into brown bears during the last ice age, in Molecular Biology and Evolution, vol. 35, n. 5, 2018, pp. 1120-1129, DOI:10.1093/molbev/msy018, PMID 29471451, hdl:10037/19512.
- ↑ M.-S. Wang, G. G. R. Murray, D. Mann, P. Groves, A. O. Vershinina, M. A. Supple, J. D. Kapp, R. Corbett-Detig, S. E. Crump, I. Stirling, K. L. Laidre, M. Kunz, L. Dalén, R. E. Green e B. Shapiro, A polar bear paleogenome reveals extensive ancient gene flow from polar bears into brown bears, in Nature Ecology & Evolution, vol. 6, n. 7, 2022, pp. 936-944, Bibcode:2022NatEE...6..936W, DOI:10.1038/s41559-022-01753-8, PMID 35711062.
- ↑ J. A. Cahill, I. Stirling, L. Kistler, R. Salamzade, E. Ersmark, T. L. Fulton, M. Stiller, R. E. Green e B. Shapiro, Genomic evidence of geographically widespread effect of gene flow from polar bears into brown bears, in Molecular Phylogenetics and Evolution, vol. 24, n. 6, 2015, pp. 1205-1217, Bibcode:2015MolEc..24.1205C, DOI:10.1111/mec.13038, PMC 4409089, PMID 25490862.
- ↑ D. C. Rink, N. K. Specian, S. Zhao e J. G. Gibbons, Polar bear evolution is marked by rapid changes in gene copy number in response to dietary shift, in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 116, n. 27, 2019, pp. 13446-13451, Bibcode:2019PNAS..11613446R, DOI:10.1073/pnas.1901093116, PMC 6613075, PMID 31209046.
- 1 2 3 4 5 Derocher, 2012, p. 10.
- ↑ Ellis, 2009, p. 74.
- 1 2 Ellis, 2009, p. 75.
- ↑ Ellis, 2009, p. 80.
- ↑ Stirling, 2011, p. 38.
- ↑ G. L. Wood, The Guinness Book of Animal Records, Guinness Superlatives, 1983, p. 28, ISBN 978-0-85112-235-9.
- 1 2 3 G. J. Slater, B. Figueirido, L. Louis, P. Yang e B. Van Valkenburgh, Biomechanical consequences of rapid evolution in the polar bear lineage, in PLOS ONE, vol. 5, n. 11, 2010, Bibcode:2010PLoSO...513870S, DOI:10.1371/journal.pone.0013870, PMC 2974639, PMID 21079768.
- 1 2 Derocher, 2012, p. 17.
- 1 2 B. Figueirido, P. Palmqvist e J. A. Pérez-Claros, Ecomorphological correlates of craniodental variation in bears and paleobiological implications for extinct taxa: an approach based on geometric morphometrics, in Journal of Zoology, vol. 277, n. 1, 2009, pp. 70-80, DOI:10.1111/j.1469-7998.2008.00511.x.
- ↑ Derocher, 2012, p. 22.
- 1 2 3 Derocher, 2012, p. 21.
- 1 2 Ellis, 2009, p. 79.
- ↑ Andrew E. Derocher, Magnus Andersen e Øystein Wiig, Sexual dimorphism of polar bears, in Journal of Mammalogy, vol. 86, n. 5, 2005, pp. 895-901, DOI:10.1644/1545-1542(2005)86[895:SDOPB]2.0.CO;2, JSTOR 4094434.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 7-8.
- 1 2 3 4 M. Q. Khattab e H. Tributsch, Fibre-optical light scattering technology in polar bear hair: A re-evaluation and new results, in Journal of Advanced Biotechnology and Bioengineering, vol. 3, n. 2, 2015, pp. 38-51, DOI:10.12970/2311-1755.2015.03.02.2.
- ↑ Derocher, 2012, p. 7.
- ↑ Ellis, 2009, pp. 65, 72.
- ↑ J. Carolan, M. Jakubec, N. F. Xaiver, A. P. Motala, E. Bifulco, J. Aars, M. Anderson, A. L. Schmidt, M. B. Cabré, V. Singh, P. E. Colavita, E. W. Selfors, M. Sacchi, S. O'Reilly, Ø. Halskau, M. K. Tiwari, R. G. Hobbs e B. Holst, Anti-icing properties of polar bear fur, in Science Advances, vol. 11, n. 5, 2025, Bibcode:2025SciA...11S7321C, DOI:10.1126/sciadv.ads7321, PMC 11777201, PMID 39879302.
- 1 2 Derocher, 2012, p. 12.
- ↑ R. C. Best, Thermoregulation in resting and active polar bears, in Journal of Comparative Physiology A, vol. 146, 1982, pp. 63-73, DOI:10.1007/BF00688718.
- ↑ H. Tributsch, H. Goslowsky, U. Küppers e H. Wetzel, Light collection and solar sensing through the polar bear pelt, in Solar Energy Materials, vol. 21, n. 2-3, 1990, pp. 219-236, DOI:10.1016/0165-1633(90)90056-7.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 14, 16, 18-19.
- ↑ P. E. Nachtigall, A. Y. Supin, M. Amundin, B. Röken, T. Møller, T. A. Mooney, K. A. Taylor e M. Yuen, Polar bear Ursus maritimus hearing measured with auditory evoked potentials, in Journal of Experimental Biology, vol. 210, n. 7, 2007, pp. 1116-1122, Bibcode:2007JExpB.210.1116N, DOI:10.1242/jeb.02734, PMID 17371910.
- ↑ Derocher, 2012, p. 14.
- ↑ P. A. Green, B. Van Valkenburgh, B. Pang, B. Bird, T. Rowe e A. Curtis, Respiratory and olfactory turbinal size in canid and arctoid carnivorans, in Journal of Anatomy, vol. 221, n. 6, 2012, pp. 609-621, DOI:10.1111/j.1469-7580.2012.01570.x, PMC 3512284, PMID 23035637.
- ↑ Derocher, 2012, p. 26.
- 1 2 3 4 Status Report on the World's Polar Bear Subpopulations: July 2021 Status Report (PDF), su iucn-pbsg.org, IUCN/SSC Polar Bear Specialist Group, luglio 2021. URL consultato il 12 luglio 2023.
- ↑ Ellis, 2009, pp. 73, 140.
- ↑ Derocher, 2012, p. 3.
- ↑ R. van Meurs e J. F. Splettstoesser, Letter to the editor: farthest north polar bear, in Arctic, vol. 56, n. 3, 1993, p. 309, DOI:10.14430/arctic626.
- ↑ Ellis, 2009, pp. 122-124.
- 1 2 3 4 5 Andrew E. Derocher, Nicholas J. Lunn e Ian Stirling, Polar bears in a warming climate, in Integrative and Comparative Biology, vol. 44, n. 2, 2004, pp. 163-176, DOI:10.1093/icb/44.2.163, PMID 21680496.
- 1 2 E. Peacock, S. A. Sonsthagen, M. E. Obbard, A. Boltunov, E. V. Regehr, N. Ovsyanikov, J. Aars, S. N. Atkinson, G. K. Sage, A. G. Hope, E. Zeyl, L. Bachmann, D. Ehrich, K. T. Scribner, S. C. Amstrup, S. Belikov, E. W. Born, A. E. Derocher, I. Stirling, M. K. Taylor, Ø. Wiig, D. Paetkau e S. L. Talbot, Implications of the circumpolar genetic structure of polar bears for their conservation in a rapidly warming Arctic, in PLOS ONE, vol. 10, n. 1, 2015, Bibcode:2015PLoSO..10k2021P, DOI:10.1371/journal.pone.0112021, PMC 4285400, PMID 25562525.
- ↑ K. L. Laidre, M. A. Supple, E. W. Born, E. V. Regehr, Ø. Wiig, F. Ugarte, J. Aars, R. Dietz, C. Sonne, P. Hegelund, C. Isaksen, G. B. Akse, B. Cohen, H. L. Stern, T. Moon, C. Vollmers, R. Corbett-Detig, D. Paetkau e B. Shapiro, Glacial ice supports a distinct and undocumented polar bear subpopulation persisting in late 21st-century sea-ice conditions, in Science, vol. 376, n. 6599, 2022, pp. 1333-1338, Bibcode:2022Sci...376.1333L, DOI:10.1126/science.abk2793, PMID 35709290.
- ↑ Stirling, 2011, p. XIII.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 9-10.
- ↑ Ian Stirling, The importance of polynyas, ice edges, and leads to marine mammals and birds, in Journal of Marine Systems, vol. 10, n. 1-4, 1997, pp. 9-21, Bibcode:1997JMS....10....9S, DOI:10.1016/S0924-7963(96)00054-1.
- ↑ Stirling, 2011, p. 9.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 67-68.
- ↑ Karyn D. Rode, D. C. Douglas, T. C. Atwood, G. M. Durner, R. R. Wilson e A. M. Pagano, Observed and forecasted changes in land use by polar bears in the Beaufort and Chukchi Seas, 1985–2040, in Global Ecology and Conservation, vol. 40, dicembre 2022, Bibcode:2022GEcoC..4002319R, DOI:10.1016/j.gecco.2022.e02319.
- ↑ D. Vongraven, J. Aars, S. Amstrup, S. N. Atkinson, S. Belikov, E. W. Born, T. D. DeBruyn, A. E. Derocher, G. Durner, M. Gill, N. Lunn, M. E. Obbard, J. Omelak, N. Ovsyanikov, E. Peacock, E. Richardson, V. Sahanatien, I. Stirling e Ø. Wiig, A circumpolar monitoring framework for polar bears, in Ursus: Monograph Series Number 5, vol. 23, n. 2, 2012, pp. 1-66, Bibcode:2012Ursus..23....1V, DOI:10.2192/URSUS-D-11-00026.1.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 4.
- ↑ M. Auger-Méthé, M. A. Lewis e A. E. Derocher, Home ranges in moving habitats: polar bears and sea ice, in Ecography, vol. 32, n. 1, 2016, pp. 26-35, Bibcode:2016Ecogr..39...26A, DOI:10.1111/ecog.01260.
- ↑ S. H. Ferguson, M. K. Taylor, E. W. Born, A. Rosing-Asvid e F. Messier, Activity and movement patterns of polar bears inhabiting consolidated versus active pack ice, in Arctic, vol. 54, n. 1, 2001, pp. 49-54, DOI:10.14430/arctic763.
- ↑ J.-P. Gasc e A. Abourachid, Kinematic analysis of the locomotion of the polar bear (Ursus maritimus, Phipps, 1774) in natural and experimental conditions, in Netherlands Journal of Zoology, vol. 48, n. 2, 1997, pp. 145-167, DOI:10.1163/156854298X00156.
- 1 2 R. K. Brook e E. S. Richardson, Observations of polar bear predatory behaviour toward caribou, in Arctic, vol. 55, n. 2, 2002, pp. 193-196, DOI:10.14430/arctic703.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 140.
- ↑ Ellis, 2009, p. 88.
- ↑ A. M. Pagano, G. M. Durner, S. C. Amstrup, K. S. Simac e G. S. York, Long-distance swimming by polar bears (Ursus maritimus) of the southern Beaufort Sea during years of extensive open water, in Canadian Journal of Zoology, vol. 90, n. 5, 2012, pp. 663-676, Bibcode:2012CaJZ...90..663P, DOI:10.1139/Z2012-033.
- ↑ Ian Stirling e Rinie van Meurs, Longest recorded underwater dive by a polar bear, in Polar Biology, vol. 38, n. 8, 2015, pp. 1301-1304, Bibcode:2015PoBio..38.1301S, DOI:10.1007/s00300-015-1684-1.
- ↑ Derocher, 2012, p. 28.
- ↑ J. V. Ware, K. D. Rode, C. T. Robbins, T. Leise, C. R. Weil e H. T. Jansen, The clock keeps ticking: circadian rhythms of free-ranging polar bears, in Journal of Biological Rhythms, vol. 35, n. 2, 2020, pp. 180-194, Bibcode:2020JBioR..35..180W, DOI:10.1177/0748730419900877, PMID 31975640.
- ↑ I. Stirling, Midsummer observations on the behavior of wild polar bears (Ursus maritimus), in Canadian Journal of Zoology, vol. 52, n. 9, 1974, pp. 1191-1198, Bibcode:1974CaJZ...52.1191S, DOI:10.1139/z74-157.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 141.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 140-141.
- 1 2 Derocher, 2012, p. 68.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 105.
- 1 2 A. E. Derocher e I. Stirling, Observations of aggregating behaviour in adult male polar bears (Ursus maritimus), in Canadian Journal of Zoology, vol. 68, n. 7, 1990, pp. 1390-1394, Bibcode:1990CaJZ...68.1390D, DOI:10.1139/z90-207.
- 1 2 S. H. Ferguson, M. K. Taylor e F. Messier, Space use by polar bears in and around Auyuittuq National Park, Northwest Territories, during the ice-free period, in Canadian Journal of Zoology, vol. 75, n. 10, 1997, pp. 1585-1594, Bibcode:1997CaJZ...75.1585F, DOI:10.1139/z97-785.
- 1 2 3 N. G. Ovsyanikov, Behavior of polar bears in coastal congregations (PDF), in Zoologicheskiĭ Zhurnal, vol. 84, n. 1, 2005, pp. 94-103.
- ↑ Derocher, 2012, p. 30.
- 1 2 C. Wemmer, M. Von Ebers e K. Scow, An analysis of the chuffing vocalization in the polar bear (Ursus maritimus), in Journal of Zoology, vol. 180, n. 3, 1976, pp. 425-439, DOI:10.1111/j.1469-7998.1976.tb04686.x.
- 1 2 Derocher, 2012, p. 31.
- ↑ A. E. Derocher, S. M. Van Parijs e Ø. Wiig, Nursing vocalization of a polar bear cub, in Ursus, vol. 21, n. 2, 2010, pp. 189-191, DOI:10.2192/09SC025.1.
- ↑ M. A. Owen, R. R. Swaisgood, C. Slocomb, S. C. Amstrup, G. M. Durner, K. Simac e A. P. Pessier, An experimental investigation of chemical communication in the polar bear, in Journal of Zoology, vol. 295, n. 1, 2014, pp. 36-43, DOI:10.1111/jzo.12181.
- 1 2 T. Sacco e B. Van Valkenburgh, Ecomorphological indicators of feeding behaviour in the bears (Carnivora: Ursidae), in Journal of Zoology, vol. 263, n. 1, 2004, pp. 41-54, DOI:10.1017/S0952836904004856.
- ↑ Stirling, 2011, p. 155.
- ↑ Derocher, 2012, p. 69.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 155-156.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 73, 76-77.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 161.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 80-88.
- ↑ M. A. Ramsay e K. A. Hobson, Polar bears make little use of terrestrial food webs: evidence from stable-carbon isotope analysis, in Oecologia, vol. 86, n. 4, maggio 1991, pp. 598-600, Bibcode:1991Oecol..86..598R, DOI:10.1007/BF00318328, PMID 28313343.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 88-89.
- ↑ Richard H. Russell, The food habits of polar bears of James Bay and Southwest Hudson Bay in summer and autumn, in Arctic, vol. 28, n. 2, 1975, pp. 117-129, DOI:10.14430/arctic2823.
- ↑ Ellis, 2009, p. 89.
- 1 2 M. Taylor, T. Larsen e R. E. Schweinsburg, Observations of intraspecific aggression and cannibalism in polar bears (Ursus maritimus), in Arctic, vol. 38, n. 4, 1985, pp. 303-309, DOI:10.14430/arctic2149.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 170-171.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 127-129, 131.
- ↑ Ellis, 2009, p. 91.
- ↑ I. Stirling, K. L. Laidre e E. W. Born, Do wild polar bears (Ursus maritimus) use tools when hunting walruses (Odobenus rosmarus)?, in Arctic, vol. 74, n. 2, 2021, pp. 175-187, DOI:10.14430/arctic72532.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 80-83.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 84-85, 132.
- ↑ Ellis, 2009, p. 112.
- ↑ I. Stirling, K. L. Laidre, A. E. Derocher e R. Van Meurs, The ecological and behavioral significance of short-term food caching in polar bears (Ursus maritimus), in Arctic Science, vol. 6, n. 1, 2020, pp. 41-52, DOI:10.1139/as-2019-0008.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 191-193.
- ↑ David Stock, Polar bears caught feeding on a whale carcass in breathtaking photos, su New Scientist, 25 maggio 2022.
- ↑ S. Miller, J. Wilder e R. R. Wilson, Polar bear–grizzly bear interactions during the autumn open-water period in Alaska, in Journal of Mammalogy, vol. 96, n. 6, 2015, pp. 1317-1325, DOI:10.1093/jmammal/gyv140.
- ↑ N. J. Lunn e I. Stirling, The significance of supplemental food to polar bears during the ice-free period of Hudson Bay, in Canadian Journal of Zoology, vol. 63, n. 10, 1985, pp. 2291-2297, Bibcode:1985CaJZ...63.2291L, DOI:10.1139/z85-340.
- ↑ Climate change could starve polar bears to extinction, su euronews.com, euronews, 6 ottobre 2022.
- 1 2 M. A. Ramsay e I. Stirling, On the mating system of polar bears, in Canadian Journal of Zoology, vol. 64, n. 10, 1986, pp. 2142-2151, Bibcode:1986CaJZ...64.2142R, DOI:10.1139/z86-329.
- 1 2 3 A. E. Derocher, M. Anderson, Ø. Wiig e J. Aars, Sexual dimorphism and the mating ecology of polar bears (Ursus maritimus) at Svalbard (Ursus maritimus) at Svalbard, in Behavioral Ecology and Sociobiology, vol. 64, n. 6, 2010, pp. 939-946, DOI:10.1007/s00265-010-0909-0.
- ↑ K. L. Laidre, E. W. Born, E. Gurarie, Ø. Wiig, R. Dietz e H. Stern, Females roam while males patrol: divergence in breeding season movements of pack-ice polar bears (Ursus maritimus), in Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, vol. 280, n. 1752, 2013, DOI:10.1098/rspb.2012.2371, PMC 3574305, PMID 23222446.
- 1 2 E. Zeyl, J. Aars, D. Ehrich, L. Bachmann e Ø. Wiig, The mating system of polar bears: a genetic approach, in Canadian Journal of Zoology, vol. 87, n. 12, 2009, pp. 1195-1209, Bibcode:2009CaJZ...87.1195Z, DOI:10.1139/Z09-107.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 141, 145-147.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 145-147.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 112, 115, 120.
- ↑ Ellis, 2009, p. 85.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 28, 155.
- ↑ Stirling, 2011, p. 124.
- ↑ Derocher, 2012, p. 171.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 124-125, 131.
- ↑ Ellis, 2009, p. 84.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 126-127.
- 1 2 Stirling, 2011, p. 128.
- ↑ Derocher, 2012, pp. 173, 184.
- ↑ Stirling, 2011, p. 186.
- 1 2 Derocher, 2012, p. 184.
- ↑ Derocher, 2012, p. 181.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 128-129.
- ↑ Derocher, 2012, p. 185.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 204-207.
- ↑ E. S. Richardson e D. Andriashek, Wolf (Canis lupus) predation of a polar bear (Ursus maritimus) cub on the sea ice off northwestern Banks Island, Northwest Territories, Canada, in Arctic, vol. 59, n. 3, 2006, pp. 322-324, DOI:10.14430/arctic318.
- ↑ Stirling, 2011, p. 212.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 207-208.
- ↑ Thor Larsen e Bjørn Kjos-Hanssen, Trichinella sp. in polar bears from Svalbard, in relation to hide length and age, in Polar Research, vol. 1, n. 1, 1983, pp. 89-96, Bibcode:1983PolRe...1...89L, DOI:10.1111/j.1751-8369.1983.tb00734.x.
- ↑ George M. Durner, David C. Douglas, Ryan M. Nielson, Steven C. Amstrup e Trent L. McDonald, Predicting the Future Distribution of Polar Bear Habitat in the Polar Basin from Resource Selection Functions Applied to 21st Century General Circulation Model Projections of Sea Ice (PDF), su polarbearscience.files.wordpress.com, USGS, 2007. URL consultato il 20 settembre 2023.
- ↑ S. C. Amstrup, B. G. Marcot e D. C. Douglas, A Bayesian network modeling approach to forecasting the 21st century worldwide status of polar bears, in Geophysical Monograph Series, vol. 180, 2008, pp. 213-268, Bibcode:2008GMS...180..213A, DOI:10.1029/180GM14, ISBN 978-1-118-66647-0.
- ↑ E. V. Regehr, K. L. Laidre, H. R. Akçakaya, S. C. Amstrup, T. C. Atwood, N. J. Lunn, M. Obbard, H. Stern, G. W. Thiemann e Ø. Wiig, Conservation status of polar bears (Ursus maritimus) in relation to projected sea-ice declines, in Biology Letters, vol. 12, n. 12, 2016, Bibcode:2016BiLet..12....1R, DOI:10.1098/rsbl.2016.0556, PMC 5206583, PMID 27928000.
- 1 2 3 4 5 I. Stirling e A. E. Derocher, Effects of climate warming on polar bears: a review of the evidence, in Global Change Biology, vol. 18, n. 9, 2012, pp. 2694-2706, Bibcode:2012GCBio..18.2694S, DOI:10.1111/j.1365-2486.2012.02753.x, PMID 24501049.
- ↑ P. K. Molnár, C. M. Bitz, M. M. Holland, J. E. Kay, S. R. Penk e S. C. Amstrup, Fasting season length sets temporal limits for global polar bear persistence, in Nature Climate Change, vol. 10, n. 8, 2020, pp. 732-738, Bibcode:2020NatCC..10..732M, DOI:10.1038/s41558-020-0818-9.
- ↑ R. R. Wilson e E. Anderson, Model sensitivity limits attribution of greenhouse gas emissions to polar bear demographic rates, in Scientific Reports, vol. 15, n. 1, 2025, Bibcode:2025NatSR..15.4975W, DOI:10.1038/s41598-025-89218-3, PMC 11811060, PMID 39929952.
- ↑ K. D. Rode, E. V. Regehr, D. C. Douglas, G. Durner, A. E. Derocher, G. W. Thiemann e S. M. Budge, Variation in the response of an Arctic top predator experiencing habitat loss: feeding and reproductive ecology of two polar bear populations, in Global Change Biology, vol. 20, n. 1, 2014, pp. 76-88, DOI:10.1111/gcb.12339.
- ↑ A. M. Pagano, K. D. Rode, N. J. Lunn, D. McGeachy, S. N. Atkinson, S. D. Farley, J. A. Erlenbach e C. T. Robbins, Polar bear energetic and behavioral strategies on land with implications for surviving the ice-free period, in Nature Communications, vol. 15, n. 1, 2024, p. 947, Bibcode:2024NatCo..15..947P, DOI:10.1038/s41467-023-44682-1, PMC 10864307, PMID 38351211.
- ↑ J. Aars, E. N. Ieno, M. Andersen, A. E. Derocher, Ø. Wiig e A. F. Zuur, Body condition among Svalbard Polar bears Ursus maritimus during a period of rapid loss of sea ice, in Scientific Reports, vol. 16, 2026, p. 2182, DOI:10.1038/s41598-025-33227-9.
- ↑ R. Boonstra, K. Bodner, C. Bosson, B. Delehanty, E. S. Richardson, N. J. Lunn, A. E. Derocher e P. K. Molnár, The stress of Arctic warming on polar bears, in Global Change Biology, vol. 26, n. 8, 2020, pp. 4197-4214, Bibcode:2020GCBio..26.4197B, DOI:10.1111/gcb.15142, PMID 32364624.
- ↑ R. R. Wilson, J. S. Horne, K. D. Rode, E. V. Regher e G. M. Durner, Identifying polar bear resource selection patterns to inform offshore development in a dynamic and changing Arctic, in Ecosphere, vol. 5, n. 10, 2014, pp. 1-24, Bibcode:2014Ecosp...5..136W, DOI:10.1890/ES14-00193.1.
- ↑ R. R. Wilson, C. Perham, D. P. French-McCay e R. Balouskus, Potential impacts of offshore oil spills on polar bears in the Chukchi Sea, in Environmental Pollution, vol. 235, 2018, pp. 652-659, Bibcode:2018EPoll.235..652W, DOI:10.1016/j.envpol.2017.12.057, PMID 29339335.
- ↑ H. Routti, T. Atwood, T. Bechshoft, A. Boltunov, T. M. Ciesielski, J.-P. Desforges, R. Dietz, G. W. Gabrielsen, B. M. Jenssen, R. J. Letcher, M. A. McKinney, A. D. Morris, F. F. Rigét, C. Sonne, B. Styrishave e S. Tartu, State of knowledge on current exposure, fate and potential health effects of contaminants in polar bears from the circumpolar Arctic, in Science of the Total Environment, vol. 664, 2019, pp. 1063-1083, Bibcode:2019ScTEn.664.1063R, DOI:10.1016/j.scitotenv.2019.02.030, PMID 30901781.
- ↑ Polar Bear Interaction Guidelines, su U.S. Fish & Wildlife Service. URL consultato il 12 luglio 2023.
- ↑ COSEWIC Assessment and Status Report on the Polar Bear (Ursus maritimus) in Canada 2018, su Government of Canada, 25 novembre 2019. URL consultato il 12 luglio 2023.
- 1 2 P. Prestrud e I. Stirling, The International Polar Bear Agreement and the current status of polar bear conservation, in Aquatic Mammals, vol. 20, n. 3, 1994, pp. 113-124.
- ↑ Appendices, su cites.org. URL consultato il 14 gennaio 2022.
- ↑ How CITES works, su CITES.org. URL consultato il 29 luglio 2023.
- ↑ Fee, 2019, pp. 25-26.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 30.
- ↑ Ellis, 2009, p. 13.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 53.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 53-66.
- ↑ Ellis, 2009, pp. 14-23.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 49, 51-52.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 50.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 122-124, 130, 133.
- ↑ Fee, 2019, p. 28.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 128.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 127-128, 132.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 34-35.
- ↑ Stirling, 2011, pp. 246-249.
- 1 2 Engelhard, 2017, p. 141.
- ↑ Derocher, 2012, p. 27.
- ↑ Fee, 2019, pp. 32, 131-133.
- 1 2 S. Heemskerk, A. C. Johnson, D. Hedman, V. Trim, N. J. Lunn, D. McGeachy e A. E. Derocher, Temporal dynamics of human-polar bear conflicts in Churchill, Manitoba, in Global Ecology and Conservation, vol. 24, 2020, Bibcode:2020GEcoC..2401320H, DOI:10.1016/j.gecco.2020.e01320.
- ↑ D. A. Clark, F. M. van Beest e R. K. Brook, Polar Bear-human conflicts: state of knowledge and research needs, in Canadian Wildlife Biology and Management, vol. 1, n. 1, 2012, pp. 21-29.
- ↑ Crystal Raypole, Inside Canada's polar bear 'jail' where bears go without food and are kept behind bars — but it's not what you might think, su Business Insider, 13 maggio 2023. URL consultato il 3 settembre 2023.
- ↑ Isaac Stanley-Becker, A 'mass invasion' of polar bears is terrorizing an island town. Climate change is to blame, in The Washington Post, 11 febbraio 2019. URL consultato il 14 febbraio 2019.
- ↑ J. M. Wilder, D. Vongraven, T. Atwood, B. Hansen, A. Jessen, A. Kochnev, G. York, R. Vallender, D. Hedman e M. Gibbons, Polar bear attacks on humans: implications of a changing climate, in Wildlife Society Bulletin, vol. 41, n. 3, 2017, pp. 537-547, Bibcode:2017WSBu...41..537W, DOI:10.1002/wsb.783.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 96.
- ↑ T. R. Robeck, J. K. O'Brien e D. K. Obell, Captive Breeding, in William F. Perrin, Bernd Wursig e J. G. M. "Hans" Thewissen (a cura di), Encyclopedia of Marine Mammals, Academic Press, 2009, p. 178, ISBN 978-0-08-091993-5.
- ↑ Fee, 2019, pp. 32, 103, 105.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 95.
- ↑ Fee, 2019, pp. 103, 108.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. xii, 96-97.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 7, 101, 105-106.
- ↑ Fee, 2019, p. 118.
- ↑ Fee, 2019, pp. 120-121.
- ↑ E. Curry, S. Safay, R. Meyerson e T. L. Roth, Reproductive trends of captive polar bears in North American zoos: a historical analysis, in Journal of Zoo and Aquarium Research, vol. 3, n. 3, 2015, pp. 99-106, DOI:10.19227/jzar.v3i3.133.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 109-111, 116-119.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 21-24, 105.
- ↑ Fee, 2019, pp. 123-124, 145.
- ↑ D. Shepherdson, K. D. Lewis, K. Carlstead, J. Bauman e N. Perrin, Individual and environmental factors associated with stereotypic behavior and fecal glucocorticoid metabolite levels in zoo housed polar bears, in Applied Animal Behaviour Science, vol. 147, n. 3-4, 2013, pp. 268-277, DOI:10.1016/j.applanim.2013.01.001.
- ↑ Engelhard, 2017, p. 24.
- ↑ W. Canino e D. Powell, Formal behavioral evaluation of enrichment programs on a zookeeper's schedule: a case study with a polar bear (Ursus maritimus) at the Bronx Zoo, in Zoo Biology, vol. 29, n. 4, 2010, pp. 503-508, DOI:10.1002/zoo.20247, PMID 19373879.
- ↑ R. A. Lewin, P. A. Farnsworth e G. Yamanaka, The algae of green polar bears, in Phycologia, vol. 20, n. 3, 1981, pp. 303-314, Bibcode:1981Phyco..20..303L, DOI:10.2216/i0031-8884-20-3-303.1.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 152-153, 156-162.
- ↑ Fee, 2019, p. 32.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. 165-166, 181-182.
- ↑ Fee, 2019, p. 98.
- ↑ Engelhard, 2017, pp. xi-xii, 36, 82-83, 100, 116, 184, 215.
- ↑ Fee, 2019, pp. 32, 133-135.
- 1 2 D. Born, Bearing witness? Polar bears as icons for climate change communication in National Geographic, in Environmental Communication, vol. 13, n. 5, 2019, pp. 649-663, Bibcode:2019Ecomm..13..649B, DOI:10.1080/17524032.2018.1435557.
- ↑ F. Dunaway, Seeing global warming: contemporary art and the fate of the planet, in Environmental History, vol. 14, n. 1, 2009, pp. 9-31, DOI:10.1093/envhis/14.1.9.
- ↑ D. E. Martinez, Polar bears, Inuit names, and climate citizenship, in Deserai A. Crow e Maxwell T. Boykoff (a cura di), Culture, Politics and Climate Change In 2009, Taylor & Francis, 2014, p. 46, ISBN 978-1-135-10334-7.
- ↑ Engelhard, 2017, p. xiii.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Andrew E. Derocher, Polar Bears: A Complete Guide to Their Biology and Behavior, Johns Hopkins University Press, 2012, ISBN 978-1-4214-0305-2.
- Richard Ellis, On Thin Ice: The Changing World of the Polar Bear, Knopf, 2009, ISBN 978-0-307-27059-7.
- Richard Engelhard, Ice Bear: The Cultural History of an Arctic Icon, University of Washington Press, 2017, ISBN 978-0-295-99922-7.
- Margrey Fee, Polar Bear, Reaktion Books, 2019, ISBN 978-1-78914-146-7.
- Ian Stirling, Polar Bears: The Natural History of a Threatened Species, Fitzhenry and Whiteside, 2011, ISBN 978-1-55455-155-2.
Altri progetti
[modifica | modifica wikitesto]
Wikiquote contiene citazioni di o su Ursus maritimus
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Ursus maritimus
Wikispecies contiene informazioni su Ursus maritimus
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]| Controllo di autorità | Thesaurus BNCF 57780 · LCCN (EN) sh85104130 · GND (DE) 4151473-7 · BNF (FR) cb12008666z (data) · J9U (EN, HE) 987007560624105171 · NDL (EN, JA) 01006575 |
|---|