Civiltà nuragica

La civiltà nuragica nacque e si sviluppò in tutta la Sardegna nel corso della media e tarda Età del bronzo e nell'Età del ferro (1700-700 a.C. circa)[1][2]. Era contemporanea, tra le altre, della civiltà micenea in Grecia, della cultura appenninica e delle terramare nella penisola italiana, della cultura di Thapsos in Sicilia[3] e della fase finale della cultura di El Argar nella penisola iberica[4].
Fu il frutto della graduale evoluzione di culture pre-esistenti già diffuse sull'isola sin dal Neolitico, le cui tracce più evidenti giunte sino a noi sono costituite da dolmen, menhir e domus de janas,[5] a cui si aggiunsero i nuovi stimoli e apporti culturali dell'Età dei metalli. Deve il suo nome ai nuraghi, imponenti costruzioni megalitiche considerate le sue vestigia più eloquenti e sulla cui effettiva funzione si discute da almeno cinque secoli.
Durante la sua storia millenaria intrattenne continui scambi culturali e commerciali con le più importanti civiltà mediterranee coeve, finché nel corso del VI secolo a.C. l'entrata in conflitto con l'imperialismo cartaginese prima, e romano poi, ne decretò il declino[6]. Sopravvisse nella parte centro-orientale, conosciuta come Barbagia, almeno fino al II secolo d.C., ormai in Età imperiale[7][8] e, secondo alcuni studiosi, anche fino all'epoca altomedioevale, motivo per cui in tali comunità di cultura nuragica indipendenti il cristianesimo si sarebbe imposto solo successivamente[9][10][11][12][13][14][15]. Anche se è opportuno rimarcare che la costruzione di nuovi nuraghi cessò già attorno al XII-XI secolo a.C., durante il periodo del Bronzo Finale.[16][17]
Oltre alle caratteristiche costruzioni nuragiche, la civiltà degli antichi sardi ha prodotto altri monumenti come i caratteristici templi dell'acqua sacra, le tombe dei giganti, le enigmatiche sculture di Mont'e Prama, e particolari statuine in bronzo dette bronzetti nuragici.[6]