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Leidrad

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Leidrado
vescovo della Chiesa cattolica
 
Incarichi ricopertiVescovo di Lione
 
Nascita736/745 circa
Morte28 dicembre 821 o successivamente a Soissons

Leidrado di Lione (736/745 circa – Soissons, 28 dicembre 821 o successivamente) è stato un vescovo cattolico franco.

Titolare della sede vescovile di Lione, fu altresì funzionario e inviato carolingio.

Varianti onomastiche

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Il nome[1] del soggetto nella tradizione bibliografica si presenta in numerose occorrenze variabili, sulle quali non si sofferma la scheda dell'Enciclopedia Italiana Treccani, limitandosi a adottare la forma «Leidrado».[2]

Il nome del vescovo presenta nella tradizione documentaria e manoscritta numerose oscillazioni grafiche. Nelle Epistolae di Alcuino edite da Migne compaiono, fra le altre, le forme Laedredus e Liobradus: nella lettera II Alcuino raccomanda infatti ad Arno di salutargli l'amico e compagno: «Saluta, obsecro, Laedredum consocium et amicum meum», mentre l'epistola LXXXIX è indirizzata «Ad Liobradum» e si apre con il rispettoso appellativo «Liobrado electo»; nell'argomento della stessa lettera compare inoltre la forma Leidradus, flessa nel genitivo Leidradi.[3]

La varietà onomastica è registrata anche dalla tradizione erudita moderna: Bennett, che adotta Leidradus come lemma della propria voce biografica, riporta accanto ad essa le forme Laidradus, Laidrachts e Liobradus.[4]
Un'ulteriore forma, Leidrath, è attestata nella lettera di Teodemiro a Claudio di Torino, dove Leidrad è ricordato come venerabile padre, alludendo anche alla trascorsa carica vescovile: «venerabilis pater Leidrath, quondam episcopus».[5]

Tra gli studiosi assunse particolare rilievo la forma Leidrat, attestata nella formula di ex dono del "Paris, BnF, lat. 152", f. 25v, tradizionalmente considerata autografa e tuttora registrata come tale nel repertorio Bibale,[6] sebbene l'attribuzione della sottoscrizione alla mano dello stesso Leidrad presenti problemi paleografici.

Leidrad fu un «prelato»[2][7] e funzionario con compiti di rappresentanza di Carlo Magno, della cui fiducia godeva;[2] al servizio di questi, era anche Alcuino di York, cancelliere di Stato, con il quale Leidrad era in rapporti di amicizia.[2]

I dati anagrafici, come anche le date relative alle cariche di presule, sono riportati dalle fonti in maniera non univoca.
La bibliografia moderna colloca convenzionalmente la data di nascita intorno al 745, mentre altre ricostruzioni hanno proposto il 736.[8][2]

Quanto alla morte, la scheda dell'"Enciclopedia Italiana Treccani" la colloca a Saint-Médard, presso Soissons, nell'anno 816.[2]

Secondo S. A. Bennett, Leidrad era originario della Baviera; a sostegno di tale provenienza lo studioso richiama Teodulfo di Orléans,[9] che in un suo componimento lo definisce del Noricus[10] («Noricus hunc genuit»).[4]

Leidrad si avvicinò alla corte di Carlo Magno verso il 780 e, dopo il 782, iniziò la propria frequentazione della scuola palatina come discepolo di Alcuino.[11]

Attività scrittoria, attribuzioni paleografiche, donazioni

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Scriptorium a Echternach

Da giovane diacono,[12] Leidrad si formò nell'ambiente della scuola episcopale di Frisinga, presso il cui scriptorium, durante il mandato vescovile di Arbeo, si era sviluppata un'intensa attività.[13]

Il suo percorso nell'ambiente scrittorio frisingense è stato studiato in particolare da Bernhard Bischoff.[13]

Fürstengang Bischöfe 04 - Arbeo

Nello stesso periodo, vi era attivo Hitto di Frisinga, il quale da chierico, nel 794, divenne diacono della cattedrale di Frisinga e come tale è di frequente nominato come testimone nei suoi documenti e atti notarili[14].

L'attività scrittoria di Leidrad nell'ambiente ecclesiastico frisingense è documentata indipendentemente dalle successive attribuzioni paleografiche: sotto l'episcopato di Arbeo è attestato come diacono ed estensore di documenti presso la cancelleria episcopale nel 779 e nel 782.[12]

Nel 782 Leidrad redasse per ordine del duca Tassilone III una carta relativa a una donazione in favore del monastero di Schäftlarn.[15]

Distinta da questo dato storico è l'attribuzione paleografica di singole porzioni di codici librari: Bischoff mise infatti in relazione con la mano di Leidrad alcune sezioni di due manoscritti prodotti a Frisinga nell'ultimo quarto dell'VIII secolo, oggi conservati presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, il "Clm 6305" e il "Clm 6393".[16]

S. Girolamo scrive su pergamena

ʍ Il codice "Clm 6305", contenente opere di Girolamo, fra le quali il commento In Matthaeum[17] e alcune Epistulae, fu prodotto a Frisinga fra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo. È opera di otto diverse mani e presenta caratteristiche grafiche riconducibili alla fase di transizione dalla scrittura pre-carolina alla minuscola carolina antica.[18]

Nella guida paleografica Codices Latini Antiquiores[19] la scrittura del f. 130r, rr. 1–19, è posta in stretta relazione con quella presente nel "Clm 6393", ff. 138–141v, e viene descritta prudentemente come una grafia che ricorda la mano di Leidrad.[20][13] La scheda di "Earlier Latin Manuscripts",[21] repertorio digitale che rende interrogabili i dati dei Codices Latini Antiquiores ("CLA"), riporta la medesima descrizione e consente di consultare questi dati, senza costituire una conferma paleografica indipendente dal "CLA".[18]

Testimonianza più antica di scrittura minuscola carolina (dal Libro di Giobbe), anno 765 circa, Abbazia regia di Corbie (Francia).

ʍ Il manoscritto "Clm 6393", che appartenne alla biblioteca della cattedrale di Frisinga, come mostra l'ex libris del XII secolo al f. 1v,[22] e la cui segnatura precedente era "Freising 193", tramanda una raccolta di testi agiografici e patristici, comprendente fra l'altro la Historia monachorum nella traduzione detta di Rufino di Aquileia e Vitae di santi.[23] La somiglianza fra la mano presente ai ff. 138–141v e quella del "Clm 6305" costituisce uno degli elementi sui quali si è fondata l'ipotesi dell'intervento del giovane Leidrad.[20]

Hitto di Frisinga

L'identificazione della mano di Leidrad nei manoscritti frisingensi non può tuttavia essere considerata certa: l'attribuzione proposta inizialmente da Bischoff per alcune sezioni del "Clm 6305" e del "Clm 6393" fu formulata con maggiore prudenza nella successiva descrizione del Codices Latini Antiquiores.[13][20]

Il confronto con testimonianze riconducibili alla successiva attività lionese di Leidrado richiede a sua volta cautela.

Diversi manoscritti donati da Leidrad alla cattedrale di Saint-Étienne recano formule di ex dono a suo nome. Laura Pani riconduce a questo nucleo un esemplare del Deuteronomio, oggi "Paris, Bibliothèque nationale de France, Nouv. acq. lat. 1740"; un codice del commento In Isaiam di Girolamo, attualmente diviso fra "Lyon, Bibliothèque municipale, ms. 466" e "Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 152"; tre manoscritti contenenti rispettivamente il De natura et gratia e il Contra Faustum Manichaeum di Agostino d'Ippona e il Liber apologeticus di Gregorio Nazianzeno, identificati nei "Lyon, Bibliothèque municipale, mss. 608, 610 e 599"; e una miscellanea di testi filosofici, logici e teologici, già conservata senza segnatura presso i Padri Maristi e oggi "Città del Vaticano, Biblioteca apostolica vaticana, Pagès 1".[24]

La raccolta digitale "Manuscrits personnels de Leidrade" censita da Biblissima riunisce una parte di questi materiali: i manoscritti "Lyon, Bibliothèque municipale, 466, 599, 608 e 610" e il "Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 152".[25] Fra essi figura il codice del commento di Girolamo a Isaia, oggi conservato in parti fra "Lyon, Bibliothèque municipale, ms. 466"[26][27] e "Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 152".

Sottoscrizione attribuita a Leidrad
Sottoscrizione attribuita a Leidrad nel ms 152[6]

ʍ Nel codice "Paris lat. 152",[28] compare la formulazione «Leidrat licet indignus tamen episcopus istum librum tradidi ad altare sancti Stephani»,[N 1] che la tradizione ritiene una sottoscrizione autografa e come tale la registra il repertorio Bibale.[6]
Burn, che considerava anch'egli autografa la sottoscrizione, osservava inoltre che un segretario avrebbe più probabilmente impiegato la variante latina Leidradus.[29]

Il manoscritto già conservato presso i Padri Maristi e oggi "BAV, Pagès 1" corrisponde al numero 417 del quarto volume dei "Codices Latini Antiquiores".[19]
La relativa scheda di "Earlier Latin Manuscripts",[21] strumento digitale dell'Università di Galway fondato sui dati del "CLA", ne colloca presumibilmente la produzione a Lione e lo data anteriormente all'814. La scheda registra al f. 1v la medesima formula di donazione, considerandola autografa, e segnala iscrizioni analoghe nel "Paris lat. 152" e nei "Lyon, Bibliothèque municipale, mss. 599 (515), 608 (524) e 610 (526)".[30] L'indicazione di autografia riproduce tuttavia la descrizione repertoriale del CLA e non costituisce una conferma indipendente dell'attribuzione paleografica.

La forma latinizzata Leidradus compare invece nell'intestazione della Epistola secunda, indirizzata «item ad Carolum imperatorem [ancora a re Carlo]»: «Domino gloriosissimo et vere piissimo imperatori [...] Leidradus, licet indignus [...] Lugdunensis Ecclesiae episcopus».[31][N 2] Il sintagma formulario utilizzato ricorda il «Leidrat licet indignus tamen episcopus...»[N 1] della dedica all'altare di Santo Stefano.

L'autografia di queste formule non è tuttavia uniforme né pacifica: nel "Lyon, Bibliothèque municipale, ms. 599 (515)", una formula analoga è vergata da una mano contemporanea esplicitamente distinta da quella del donatore, mentre un riesame recente ha rilevato nella sottoscrizione del "Paris lat. 152" caratteristiche grafiche sensibilmente diverse da quelle di altre sottoscrizioni attribuite a Leidrado.[32]

La stessa evoluzione della posizione di Bischoff invita pertanto alla prudenza. In un primo momento egli affermò senza riserve di riconoscere la mano di Leidrado nel "Clm 6305"; nella successiva descrizione del manoscritto per il Codices Latini Antiquiores si limitò invece a osservare che la scrittura del f. 130r, rr. 1–19, «ricorda»[18] quella del vescovo di Lione. Magee e Troncarelli hanno richiamato questa evoluzione terminologica, interpretandola come un sostanziale arretramento rispetto all'identificazione originaria.[32] Anche il "Clm 6393", ai ff. 138–141v, presenta una scrittura strettamente affine a quella del "Clm 6305", senza che ciò consenta di trasformare la somiglianza paleografica in un'attribuzione certa.[20] L'attribuzione di queste sezioni dei due codici frisingensi a Leidrado deve quindi essere considerata un'ipotesi paleografica, fondata sulla comparazione delle grafie e sulla ricostruzione proposta da Bischoff, non un'autografia documentariamente accertata.

ʍ Il "Codex Pagesianus" è uno dei manoscritti più significativi legati all'attività culturale di Leidrad, codice già conservato presso l'Archivio della Casa Generalizia dei Padri Maristi di Roma con la segnatura "A II 1" e successivamente presso la Biblioteca apostolica vaticana[33] come "Pagès 1".[34][35]

Il codice, in scrittura protocarolina, contiene una miscellanea di testi filosofici e teologici e reca una formula di donazione di Leidrad all'altare di Santo Stefano di Lione.[36]

Radiciotti interpreta la prima parte della miscellanea come un dossier di materiali didattici derivati dalla frequentazione del cenacolo di Alcuino presso la corte di Carlo Magno e ritiene probabile che sia stato lo stesso Leidrad a concepirne l'ordinamento testuale.[37]

La miscellanea comprende, fra l'altro, l'Isagoge di Porfirio nella traduzione di Severino Boezio, le Categorie pseudo-agostiniane,[38] estratti di Boezio e Alcuino, l'Apulei liber de interpretatione, il commento di Boezio al De interpretatione di Aristotele e una serie di testi teologici e professioni di fede.[36]

Il ruolo nella politica religiosa carolingia

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La missione con Teodulfo

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Nel 798 Carlo Magno affidò a Leidrado e a Teodulfo di Orléans una missione come missi dominici nelle regioni meridionali del regno. Teodulfo, poeta e teologo, era stato nominato per volontà di Carlo abate di Fleury e di altri monasteri e, prima del 798, vescovo di Orléans; il sovrano lo aveva inoltre coinvolto nel proprio programma di riforma dell'istruzione e di rinnovamento religioso.[39] Al servizio di Carlo, Teodulfo svolse inoltre funzioni ispettive come missus dominicus nella Gallia meridionale, in particolare nelle regioni di Narbona e della Provenza.[40]

Teodulfo

Leidrado proveniva a sua volta dall'ambiente ecclesiastico e culturale carolingio: formatosi presso la scuola di Frisinga,[13] alla fine dell'VIII secolo era entrato al servizio della corte di Carlo Magno e nel 798 era già stato destinato alla sede episcopale di Lione.[2]

I due percorsero la Valle del Rodano e la Gallia Narbonense, toccando fra le altre Vienne, Valence, Nîmes, Béziers, Narbona, Carcassonne, Arles, Marsiglia e Aix-en-Provence. Il loro compito comprendeva il controllo dell'amministrazione locale, la composizione di controversie giudiziarie, la trasmissione delle disposizioni regie e la vigilanza sui mercati e sull'operato dei funzionari, verificando l'applicazione dei capitolari e delle disposizioni del sovrano.[40]

Carlo Magno e Pipino d'Italia in una miniatura del 991 delle Leges Barbarorum, copia di un manoscritto dell'830 circa

La missione è documentata dallo stesso Teodulfo nel poema di 956 versi tradizionalmente noto come Versus contra iudices o Paraenesis ad iudices, composto poco dopo il viaggio.[40] L'opera, oltre a delineare un modello cristiano dell'esercizio della giustizia, conserva il ricordo dell'esperienza dei missi e delle pratiche che Teodulfo considerava forme di corruzione dell'amministrazione giudiziaria.[40] Fra i doni offerti per ottenere decisioni favorevoli egli enumera cristalli e pietre preziose orientali, monete d'oro con iscrizioni arabe e monete d'argento, tessuti, gioielli, coppe d'oro e pellicce provenienti da Cordova.[40]

La testimonianza del Contra iudices costituisce pertanto una fonte sull'esercizio della giustizia e sull'attività dei rappresentanti regi nella Gallia meridionale alla fine dell'VIII secolo. La missione di Leidrado e Teodulfo apparteneva al più ampio tentativo carolingio di rafforzare il controllo regio sulle regioni periferiche attraverso funzionari incaricati di rappresentare direttamente l'autorità del sovrano.[40]

La missione precedette la consacrazione episcopale di Leidrad che, già destinato da Carlo Magno alla sede di Lione, ne assunse pienamente le funzioni nel 799.[2]

La lotta contro l'adozionismo

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Nel 799 Leidrado ricevette da Carlo Magno un nuovo incarico, distinto dalla precedente missione svolta con Teodulfo: insieme a Nimfridio (o Nebridio, Nefridio) di Narbona e a Benedetto d'Aniane fu inviato nei territori pirenaici per contrastare la diffusione dell'adozionismo, sostenuto soprattutto da Felice di Urgell e da Elipando di Toledo.[41] La dottrina era già stata condannata dal Concilio di Ratisbona[42] del 792 e dal Concilio di Francoforte del 794, senza che la controversia fosse risolta.[2]

Leidrado raggiunse personalmente Felice a Urgell come legato di Carlo Magno e gli trasmise l'ordine di comparire davanti al sovrano e a un'assemblea di vescovi ad Aquisgrana. Nel corso dell'incontro gli garantì che avrebbe potuto esporre e difendere liberamente le proprie posizioni: lo stesso Felice, nella successiva professione di fede, ricordò espressamente la promessa fattagli da Leidrado.[43]

Alcuino di York accompagna Rabano Mauro dinanzi a Otgar, in un manoscritto del IX secolo proveniente da Fulda

Ad Aquisgrana, alla presenza di Carlo Magno, le tesi di Felice furono sottoposte all'esame dell'assemblea episcopale. Secondo la Vita Alcuini, la controversia assunse la forma di una disputa pubblica fra Felice e Alcuino di York, protrattasi per sei giorni; la stessa professione di fede di Felice attesta comunque che le sue argomentazioni furono esaminate e respinte dai vescovi sulla base delle Scritture e delle autorità patristiche. Felice finì per ritrattare le proprie posizioni e indirizzò al clero di Urgell una professione di fede nella quale lo invitava ad abbandonare la dottrina adozionista.[44]

Dopo la ritrattazione Felice non fu reintegrato nella propria sede: Carlo Magno lo affidò[45] a Leidrado, perché lo tenesse con sé e verificasse la sincerità della sua adesione all'ortodossia.[46] Il vescovo di Urgell trascorse quindi gli ultimi anni della propria vita a Lione.

L'azione di Leidrado contro l'adozionismo non si concluse con la ritrattazione di Felice. Dopo l'assemblea di Aquisgrana egli fu nuovamente inviato nelle regioni interessate dalla controversia insieme a Nimfridio (o Nebridio/Nefridio) di Narbona e Benedetto d'Aniane, con il compito di contrastare la diffusione della dottrina e ricondurre all'ortodossia le comunità che vi avevano aderito.[47] La nuova missione è attestata anche da una lettera indirizzata da Alcuino ai tre ecclesiastici, nella quale egli afferma di aver appreso che, per disposizione di Carlo Magno, essi si preparavano a recarsi nuovamente in quelle regioni per proseguire l'opera di predicazione.[48]

Alcuino attribuì alla missione un notevole successo: riferendo ad Arno notizie ricevute, secondo quanto affermava, da uomini religiosi provenienti da quelle regioni, scrisse che fino a ventimila persone, fra vescovi, sacerdoti, monaci e laici, uomini e donne, avevano abbandonato l'errore precedente per aderire alla fede cattolica.[49]

Il ruolo assunto da Leidrado nella controversia fu anche di carattere intellettuale. Nel 799, mentre preparava la confutazione delle posizioni di Felice, Alcuino si rivolse al vescovo di Lione chiedendogli di procurargli una copia di una disputa fra Felice e un musulmano, oggi perduta. L'episodio documenta il coinvolgimento di Leidrado nella circolazione e nel reperimento dei testi utilizzati all'interno delle reti culturali carolingie.[50]

I rapporti con Arno di Salisburgo e l'ambiente carolingio

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Alla medesima area ecclesiastica bavarese entro cui, presso lo scriptorium frisingense,[13] si formava Leidrad, apparteneva Arno, il futuro vescovo di Salisburgo la cui preparazione avveniva presso la vicina Abbazia di Weihenstephan e con il quale Leidrado anche successivamente avrebbe mantenuto rapporti.

Il legame fra i due è attestato anche dal ruolo svolto da Arno nei rapporti di Leidrad con l'ambiente culturale carolingio: secondo Jesse Keskiaho, fu infatti Arno, amico di Leidrad, a introdurlo ad Alcuino.[50] La rete di relazioni che univa i tre ecclesiastici proseguì anche dopo il trasferimento delle loro attività fuori dall'ambiente bavarese.[50] Nelle sue Epistulae Alcuino si rivolse ripetutamente sia ad Arno sia a Leidrado, documentando i rapporti personali e intellettuali intercorrenti fra esponenti dell'episcopato e dell'ambiente culturale carolingio.[51]

Verso il 780 Leidrad entrò nell'ambiente della corte di Carlo Magno e, dopo il 782, frequentò la scuola palatina come discepolo di Alcuino.[11]

Durante un periodo di malattia, da Bennett cronologicamente indeterminato, Leidrad avrebbe inoltre trascorso con Alcuino un anno presso San Martino di Tours, dove si trattenne durante la convalescenza.[4]

La successiva carriera di Leidrad lo condusse al servizio diretto di Carlo Magno e quindi alla sede episcopale di Lione, alla quale fu destinato nel 798.[52] Anche in questa fase egli continuò a far parte della rete di ecclesiastici e intellettuali legati alla corte carolingia. Nel 799, mentre preparava la controversia contro Felice di Urgell, Alcuino si rivolse a Leidrad alla ricerca di una copia della disputa fra Felice e un musulmano: l'episodio documenta il ruolo assunto dal vescovo di Lione nella circolazione e nel reperimento di testi all'interno delle reti culturali carolingie.[50]

Il rapporto con Alcuino ebbe anche un carattere propriamente intellettuale. Radiciotti ricorda Leidrad fra gli interlocutori coinvolti nella revisione dei trattati alcuiniani contro l'adozionismo; in particolare, nell'estate dell'800 Alcuino inviò una copia del suo Adversus Elipandum Toletanum -o "Contro Elipando di Toledo"-[N 3] a Leidrad, a Nimfridio di Narbona e a Benedetto d'Aniane, invitandoli a leggerla, correggerla e farla copiare.[53]

Il legame con la corte rimase stretto anche negli anni successivi: nell'811 Leidrad figura fra i vescovi presenti alla disposizione testamentaria di Carlo Magno, insieme con altri ecclesiastici e dignitari dell'Impero.[54]

Leidrad fu investito di mansioni d'inchiesta anche dal successore di Carlo: negli ultimi anni del suo episcopato Ludovico il Pio lo inviò quale proprio missus a condurre un'indagine sui diritti rivendicati in una controversia dalla Chiesa di Mâcon. Secondo l'edizione ottocentesca del "Cartulaire de Saint-Vincent de Mâcon", il vescovo riconobbe fondata la richiesta del presule locale Hildebaud e ne riferì all'imperatore, che dispose la restituzione dei diritti contestati.[55][N 4]

L'Episcopato e il governo della diocesi di Lione

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Riforma ecclesiastica

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L'attività episcopale di Leidrad a Lione si inserì nel più ampio programma di riforma ecclesiastica e culturale carolingia. Radiciotti interpreta il suo operato come una specifica «riforma culturale» del contesto lionese e la relazione inviata a Carlo Magno come testimonianza di un riordinamento della Chiesa locale ispirato ai princìpi elaborati nell'ambiente culturale di corte.[56] In tale quadro si colloca anche l'impegno di Leidrad nel promuovere la produzione e la circolazione libraria, in un'età nella quale la produzione e lo scambio dei manoscritti fra corte, monasteri e centri ecclesiastici costituirono uno degli strumenti della diffusione e dell'uniformazione culturale della renovatio carolingia.[57]

Il programma di riorganizzazione della Chiesa lionese investì insieme la liturgia, la formazione del clero e la produzione libraria. Tale programma si inseriva nel più ampio sviluppo delle scuole episcopali e monastiche promosso nell'età carolingia, nel quale la formazione del clero, l'insegnamento e la circolazione dei libri costituivano aspetti strettamente connessi della riforma culturale.[58]

Per la riorganizzazione liturgica Leidrad aveva inoltre chiesto l'intervento diretto di Carlo Magno, dal quale ottenne l'invio di un chierico della Chiesa di Metz; nella relatio, ossia la relazione, indirizzata a Carlo attribuisce anche al suo apporto il ripristino nella Chiesa di Lione dell'ordo psallendi[N 5] secondo il rito del palazzo imperiale.[59]

Leidrad in più dichiara di disporre di scholae cantorum, nelle quali alcuni cantori avevano raggiunto una preparazione tale da poter istruire a loro volta altri allievi; aggiunge inoltre di avere scuole di lettori («habeo scholas lectorum»), ricorda il proprio impegno nella copiatura dei libri e l'approvvigionamento delle vesti e degli arredi necessari al culto.[60][56]

Nelle scuole dei lettori l'insegnamento non si limitava alle letture liturgiche, ma comprendeva l'interpretazione spirituale delle Scritture. Leidrad riferisce che alcuni allievi erano in grado di comprendere in questo senso i Vangeli, mentre altri studiavano i libri profetici, quelli di Salomone, i Salmi e di Giobbe. Nella stessa relazione ricorda inoltre il proprio impegno nella copiatura dei libri.[60]

Intorno all'800 anche Claudio di Torino, giunto a Lione insieme a Felice di Urgell, proseguì gli studi sotto la guida di Leidrad, dedicandosi in particolare all'esegesi biblica.[61]

Alla riforma delle istituzioni religiose lionesi partecipò anche Benedetto d'Aniane: Radiciotti richiama la Vita sancti Benedicti Anianensis[N 6] come testimonianza della collaborazione fra Benedetto e Leidrad nella riforma delle comunità monastiche di Lione.[56]

Radiciotti[56] riporta che la relatio inviata a Carlo Magno è stata inoltre interpretata da Arnold Bühler come testimonianza di un'inchiesta, successiva all'810, volta ad accertare il grado di applicazione della riforma del sistema educativo dei chierici.[62]

Nel quadro della vita religiosa cittadina si colloca anche la traslazione a Lione, nell'807, di reliquie attribuite a Cipriano di Cartagine e ai martiri scillitani, che secondo la cronaca di Adone di Vienne furono deposte nella chiesa di San Giovanni Battista.[56]

Attività edilizia

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Lyon - Saint-Jean - Manécanterie

La relazione indirizzata da Leidrad a Carlo Magno offre una testimonianza diretta degli interventi edilizi da lui promossi a Lione, tanto sugli spazi destinati alla vita comune del clero quanto sugli edifici episcopali e monastici.[60]

Fra gli interventi sulle chiese cittadine, Leidrad ricorda il rifacimento della copertura di San Giovanni Battista e di parte delle sue murature, il rinnovo del tetto di Santo Stefano e la ricostruzione delle chiese di San Nicezio, di Santa Maria, di San Paolo. Riferisce inoltre di aver restaurato dalle fondamenta la chiesa e gli ambienti del monastero femminile di San Pietro, dove vivevano trentadue religiose, e di essere intervenuto sulle coperture e sulle murature del monastero dell'Île-Barbe, che ospitava novanta monaci.[60]

File:Ile Barbe - Lyon.jpg
Ile Barbe - Lyon

Vialettes,[63] notando di rifarsi a una pubblicazione dell'abate J. Pourrat,[64] cita una particolare dichiarazione di Leidrad contenuta nella stessa sua epistola a re Carlo (nell'intestazione del documento si legge infatti Summo Carolo imperatori Leidradus episcopus Lugdunensis salutem):[60]
«Claustrum quoque clericorum construxi, in quo omnes nunc sub uno conclavi manere noscuntur».[65]

Il vescovo Leidrad riferisce di aver costruito per i chierici un claustrum, termine che nell'uso canonicale designava l'ambito comunitario e abitativo destinato alla vita comune del clero,[66] nel quale essi vivevano insieme «sotto un unico spazio concluso» (sub uno conclavi): l'espressione indica in modo specifico la coabitazione dei chierici in un medesimo ambiente residenziale, coerentemente con la disciplina canonicale carolingia della vita communis[67] espressa proprio negli stessi anni dal Concilio di Tours.[68]

Nella stessa lettera, nel rendiconto al sovrano, Leidrad ricorda di aver restaurato monasteri e gli edifici del complesso episcopale; di uno, ormai quasi distrutto, riferisce di aver rifatto la copertura. Dichiara inoltre di aver edificato ex novo un altro edificio, dotato di solario:
«Praeter monasteriorum restauraciones, domos quoque episcopales, unam restauravi, que jam pene destructa ereat, quam operui. Aliam quoque domum cum solario, de novo edifficavi et duplavi».[60][69]

Françoise Villedieu riporta il passo con la lezione duplavi, mentre nell'edizione della Patrologia Latina nel testo compare duplicavi. La stessa Villedieu, richiamando Alfred Coville, riferisce inoltre che il plurale domus episcopales non implicherebbe l'esistenza di più residenze episcopali distinte, ma designerebbe piuttosto i diversi corpi di fabbrica del complesso episcopale.[70][71]

Leidrad precisa che la nuova costruzione era stata predisposta per accogliere Carlo Magno qualora si fosse recato nella regione.[60]

L'attività edilizia di Leidrad è stata inoltre richiamata negli studi sulla committenza medievale come testimonianza dell'attuazione, a Lione, delle disposizioni carolingie relative al restauro degli edifici ecclesiastici; la sua lettera a Carlo Magno dell'813 o 814 è stata interpretata come indicazione di un diretto coinvolgimento del vescovo nell'onere dei lavori intrapresi.[72]

La costruzione del claustrum ricordata da Leidrad è stata posta in relazione da Vialettes con il sito della cosiddetta Vieille Manécanterie, nell'area del complesso episcopale di Lione.[73]

Indagini ivi condotte hanno individuato nella parete meridionale un grande arco in pietra e laterizio; la datazione archeomagnetica dei laterizi ha consentito di ricondurre questa struttura all'età carolingia. Vialettes ha pertanto avanzato l'ipotesi che possa trattarsi di una delle costruzioni ricordate da Leidrad nella relatio a Carlo Magno, senza che sia possibile stabilire se appartenesse alla residenza episcopale oppure al complesso destinato alla vita comune dei chierici.[74]

Il ritiro dalla sede episcopale

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Ormai anziano e malato, Leidrad, dimessosi dalla carica vescovile, si ritirò nel monastero di Saint-Médard a Soissons, dove morì il 28 dicembre di un anno non determinabile, nell'821 o successivamente. Il giorno della morte è registrato dal necrologio della Chiesa di Lione,[75] mentre il catalogo Initiale dell'"Institut de recherche et d'histoire des textes"[76] colloca la morte nell'821 o in un momento successivo.[11]

Gli succedette Agobardo,[77] suo discepolo. Il passaggio non fu tuttavia immediato né privo di contestazioni: Leidrad lo aveva associato al governo della diocesi come corepiscopo[78][77] e lo designò quale successore ancora in vita; la procedura, giudicata irregolare, fu infine ratificata dal sinodo di Aquisgrana dell’agosto 816.[79]

Della produzione scritta di Leidrad è sopravvissuta soltanto una parte limitata.

La scheda dedicata a Leidrad dall'"Enciclopedia Italiana Treccani"[2] gli ascrive due trattatelli in forma epistolare e alcune lettere.

Bennett osservava che delle sue opere si era conservato «molto poco», mentre i repertori moderni registrano, oltre ai testi sul battesimo, quattro lettere conservate.[4][80]

A Leidrad sono attribuibili:

Liber de sacramento baptismi

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L'opera[N 7] di Leidrad[N 8] sul sacramento battesimale si ispira al De baptismo di Tertulliano,[81] cui deve molto anche per l'esposizione specifica delle cerimonie battesimali.[82]

Il Liber presenta una tradizione manoscritta articolata. Fra i testimoni figurano il "Barcelona, Biblioteca de la Universitat, MS 228"[83][84], l'"Oxford, Jesus College, 3"[85] e il "Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 12262".[86] Per i singoli testimoni e le trasmissioni parziali dell'opera si veda la tradizione manoscritta.

De abrenuntiatione diaboli

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Il De abrenuntiatione diaboli[N 9] è una trattazione teologica composta da Leidrad all'inizio del IX secolo nell'ambito delle riflessioni sul battesimo promosse da Carlo Magno.

È reperibile nella Patrologia Latina all'interno dell'Epistola II. Item ad Carolum imperatorem[87][N 10] e articolata in ventisei paragrafi, l'opera costituisce un approfondimento della precedente trattazione leidradiana sul sacramento battesimale. Lo stesso autore riferisce infatti che Carlo, dopo aver esaminato le sue precedenti risposte sui sacramenta nostrae renovationis, gli aveva fatto osservare che vi era stato detto troppo poco sulla rinuncia al diavolo e a ciò che gli appartiene, inducendolo pertanto a sviluppare più ampiamente il tema delle opera [opere] e pompae diaboli[N 11][88]

L'iniziativa si inseriva nel più ampio programma carolingio di riforma ecclesiastica, che attribuiva particolare importanza alla formazione del clero, all'uniformità delle pratiche religiose e alla corretta comprensione e trasmissione dei loro significati.[89] I primi due paragrafi dell'Epistola II illustrano la genesi della nuova risposta e il rapporto con le precedenti richieste dell'imperatore; dal terzo paragrafo prende avvio l'esposizione dottrinale, introdotta dalla rinuncia richiesta da Cristo a quanti vogliano essere suoi discepoli.

Leidrad distingue anzitutto fra renuntiare e abrenuntiare: il primo verbo indica la rinuncia a realtà di per sé lecite, come beni e affetti, mentre il secondo riguarda ciò che è illecito; si può dunque renuntiare ai parenti, ma si deve abrenuntiare al diavolo, alle sue opere e alle sue «pompe». La rinuncia battesimale comporta pertanto l'abbandono di ogni comunione con il male, mentre il possesso dei beni terreni non viene condannato in sé, purché essi siano utilizzati per necessità e non posseduti per cupidigia.[88]

La trattazione si estende quindi all'origine e alla classificazione dei vizi. Leidrad individua nella superbia l'initium omnis peccati [l'inizio di ogni peccato] e nella cupidigia la radix omnium malorum [radice di tutti i mali], considerando le due strettamente connesse; nella trasgressione dei progenitori riconosce inoltre, accanto alla superbia, l'avarizia, il sacrilegio, l'omicidio, la fornicazione spirituale e il furto. Le opera [opere] e le pompae diaboli vengono così ricondotte a un più generale sistema dei vizi e interpretate come manifestazioni della superbia e della cupidigia.

Particolare attenzione è dedicata alle pompae diaboli,[N 11] nelle quali Leidrad comprende le diverse forme di lusso, ostentazione e piacere sensibile capaci di distogliere l'animo: spettacoli circensi, gare atletiche, rappresentazioni degli istrioni, abiti e oggetti preziosi, nonché piaceri trasmessi attraverso l'udito, l'olfatto e gli altri sensi.

Segue un'ampia classificazione dei vizi principali e delle loro conseguenze: Leidrad espone dapprima una serie di sette vizi — vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola e lussuria — posti sotto il dominio della superbia, per confrontarla poi con la classificazione in otto vizi attribuita ai Padri egiziani, nella quale compare anche l'acedia.

Nella parte conclusiva l'interpretazione della rinuncia battesimale si amplia dalla condotta individuale all'ordine della società cristiana. Il ritorno ai vizi ai quali si era rinunciato nel battesimo produce, secondo Leidrad, discordie e conflitti che coinvolgono anche i rettori della Chiesa e gli amministratori della res publica. Alla loro repressione concorrono tanto le potestà secolari, attraverso leggi e pene, quanto l'autorità ecclesiastica, mediante la correzione, la scomunica, l'esclusione dalla Chiesa, la disciplina penitenziale e l'anatema. Liu segnala come particolarmente notevole questo accostamento fra gli strumenti coercitivi dell'autorità civile e quelli della disciplina ecclesiastica, osservando che per il relativo passo non è stata finora individuata una fonte in opere latine conosciute anteriori all'800.[90]

La studiosa altresì rileva come questa seconda risposta di Leidrad sul battesimo abbia ricevuto scarsa attenzione nella storiografia moderna e interpreta il De abrenuntiatione diaboli nel più ampio quadro della riforma morale promossa durante il regno di Carlo Magno: la rinuncia pronunciata nel battesimo non è intesa soltanto come elemento del rito, ma come impegno permanente alla conversione morale del cristiano, la cui osservanza assume rilevanza per l'ordine della Chiesa e della comunità politica.[90]

Nel codice membranaceo "Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 12262"[86] il testo è trasmesso insieme con il Liber de sacramento baptismi.

La consistenza dell'epistolario varia secondo il criterio editoriale adottato. Il repertorio "Geschichtsquellen des deutschen Mittelalters" considera conservate quattro lettere, comprendendo separatamente anche la lettera-prefazione che accompagna il "Liber de sacramento baptismi"; nella "Patrologia Latina" la serie numerata delle "Epistolae" comprende invece la relatio a Carlo Magno, il testo epistolare entro cui è trasmesso il "De abrenuntiatione diaboli" e la lettera consolatoria alla sorella.[80]

  • Lettera-prefazione al Liber de sacramento baptismi, indirizzata a Carlo Magno e premessa al trattato.
  • Epistola I, relatio [relazione] a Carlo Magno sull'attività episcopale e sulla riorganizzazione della Chiesa di Lione.
  • Epistola II. Item ad Carolum imperatorem [Ancora a Carlo imperatore], nella quale è trasmesso il De abrenuntiatione diaboli.
  • Epistola III, alla sorella.

Epistola III: lettera alla sorella

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L'Epistola III è una lettera consolatoria[91] indirizzata da Leidrad alla propria sorella, incentrata sui lutti familiari e sulla speranza cristiana nella risurrezione. Nella Patrologia Latina è tramandata come "Epistola III. Ad sororem",[92] mentre nell'edizione dei Monumenta Germaniae Historica curata da Ernst Dümmler reca il titolo "Ad sororem de morte filii".[93] Il repertorio "Geschichtsquellen des deutschen Mittelalters" la classifica espressamente come lettera di consolazione alla sorella («Trostschreiben an seine Schwester»).[80]

Leidrad vi ricorda i lutti che avevano colpito la destinataria, privata prima del figlio e poi del fratello. Il testo riconosce il dolore per la perdita dei propri cari come un sentimento naturale, che non può essere completamente soppresso, ma deve essere temperato dalla speranza cristiana nella risurrezione. Nella parte conclusiva Leidrad invita a tradurre il cordoglio in suffragi per i defunti e nella preparazione alla propria morte mediante una vita conforme alla fede.[94]

Secondo l'analisi di Peter von Moos, l'epistola si inserisce nella tradizione teologica e consolatoria del cristianesimo patristico latino: la sua struttura retorica e il contenuto dottrinale dipendono in larga misura dalle opere dei Padri della Chiesa, senza presupporre un ricorso diretto ai modelli consolatori classici greci o pagani, come Plutarco o Seneca.[95]

Nell'analisi delle sue fonti, sono stati individuati in particolare tre nuclei della letteratura cristiana antica:
- l'epistolario di Girolamo, con particolare riferimento alla lettera 39, Ad Paulam super obitu Blesillae, e alla lettera 108, dalle quali deriverebbero l'impostazione ascetica e il richiamo alla moderazione del lutto alla luce della fede nella risurrezione;
- il De cura pro mortuis gerenda [L'attenzione da somministrare ai morti] e le riflessioni agostiniane sul lutto contenute nel IX libro delle Confessioni, che collegano l'affetto per i familiari defunti alla memoria spirituale e alla sottomissione alla volontà divina;
- i Moralia in Iob e le lettere consolatorie del Registrum epistolarum di Gregorio Magno, dai quali Leidrad avrebbe tratto elementi utili a interpretare la sofferenza e la perdita come una prova provvidenziale.[95]

Il fitto tessuto di citazioni implicite, allusioni e riprese patristiche è documentato anche nell'apparato dell'edizione delle epistole curata da Dümmler per i Monumenta Germaniae Historica.[93]

Il ricorso alla tradizione patristica si accorda inoltre con il ruolo svolto da Leidrad nella ricostituzione e nell'arricchimento della biblioteca episcopale di Lione. Louis Holtz ricorda che il vescovo vi trasferì la propria biblioteca personale e donò alla cattedrale diversi manoscritti, contribuendo alla formazione del patrimonio librario che avrebbe reso Lione uno dei maggiori centri intellettuali del IX secolo.[96]

Tradizione manoscritta

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Le opere di Leidrad presentano una tradizione manoscritta articolata, che comprende sia testimoni integrali sia trasmissioni parziali o autonome di singole sezioni. Il Liber de sacramento baptismi è tramandato dal "Barcelona, Biblioteca de la Universitat, MS 228", ai ff. 141r–158r.[83] Matthias M. Tischler ritiene il manoscritto prodotto a Gerona prima del 990 e rileva che esso conserva una versione interpolata del trattato attribuita a Girolamo, mentre il repertorio Mirabile propone per il codice una datazione alla fine dell'XI secolo.[84][97]

Il codice, membranaceo,[84] conserva anche la struttura epistolare dell'opera, distinguendo la salutatio rivolta a Carlo dal successivo testo del trattato, introdotto dall'incipit «Praecipere nobis dignati estis, ut aut per nostra scripta aut per nos ipsos cognoscatis».[83]

Il trattato è inoltre conservato nel "Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 12262", ai ff. 136–148, insieme con una Epistola ad Carolum imperatorem.[98]

Singole sezioni del Liber conobbero anche una trasmissione autonoma: i capitoli De symbolo e De credulitate sono attestati, oltre che nei codici citati, nel "Paris, BnF, lat. 1008", manoscritto membranaceo prodotto in Francia e databile al IX secolo o alla fase di passaggio fra IX e X secolo.[99][100]

Il Liber è altresì tramandato dal codice "Oxford, Jesus College, 3", oggi depositato presso la Bodleian Library e databile ai decenni fra il 1130 e il 1140.[85]

Il De abrenuntiatione diaboli, trasmesso nella Patrologia Latina come Epistola II, è tramandato anch'esso nel "Paris lat. 12262";[86] Pourrat registra inoltre un secondo manoscritto, già perduto alla fine del XIX secolo, proveniente dall'abbazia di Saint-André di Villeneuve-lès-Avignon e utilizzato da Mabillon per la propria edizione.[101]

La relatio [relazione] a Carlo Magno sulla riorganizzazione della Chiesa di Lione, corrispondente all'"Epistola I", è trasmessa nel "Lyon, Bibliothèque municipale, ms. 1488", ff. 198–204, in una copia autenticata il 18 ottobre 1477 da un manoscritto conservato nell'abbazia dell'Île-Barbe. Il catalogo segnala inoltre un estratto della stessa lettera in una copia del XIII secolo già conservata negli Archives du Rhône, fondo dell'abbazia di Saint-Pierre.[102]

La lettera consolatoria alla sorella è invece conservata nel "Paris, BnF, lat. 2449", f. 136v, manoscritto membranaceo databile fra il IX e il X secolo.[103]

Ricezione critica

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Alcuino di York, che fu legato a Leidrad da una stretta amicizia, ne lodò l'integrità, la benevolenza e la saggezza.[4]

Nel poema "Contra iudices" che Teodulfo di Orléans compose dopo aver condiviso con Leidrad l'incarico di missi dominici nella regione narbo-provenzale, la figura di Leidrad viene associata all'ideale di un'amministrazione della giustizia immune da interessi personali e fedele al mandato ricevuto da Carlo Magno.[40]

  • Epistolario: (LA) Leidradus Lugdunensis, Leidradi Lugdunensis archiepiscopi epistolae, a cura di Ernst Dümmler, pp. 539–546. in (LA) Ernst Dümmler (a cura di), Epistolae Karolini aevi, vol. 2, Berlino, Weidmann, 1895.

Studi e Saggistica

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Annotazioni esplicative

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  1. 1 2 La formula «Leidrat licet indignus tamen episcopus istum librum tradidi ad altare sancti Stephani» ha una traduzione possibile in «Io, Leidrat, sebbene indegno, tuttavia vescovo, ho consegnato questo libro all'altare di santo Stefano».
  2. ↑ Una cui possibile traduzione è: «Al gloriosissimo e piissimo re [...], Leidradus, pur indegno [...] vescovo della Chiesa di Lione»
  3. ↑ (LA) Contra Elipandum, su la.wikisource.org.
  4. ↑ Il titolo è traducibile: «L’imperatore Ludovico restituisce a San Vincenzo la terza parte del teloneo». Il termine latino teloneum indica un diritto di pedaggio o una tassa riscossa sul transito o sugli scambi.
  5. ↑ Per ordo psallendi si intende l'ordinamento della salmodia e, più in generale, del canto nell'ufficio divino, secondo una determinata consuetudine liturgica; nel contesto carolingio l'espressione è legata anche al processo di uniformazione del canto e dell'ufficio secondo il modello romano e palatino. (EN) Jesse D. Billett, The Divine Office in Anglo-Saxon England, 597–c. 1000, Londra, Henry Bradshaw Society, 2014, p. 55.
  6. ↑ Sulla Vita di Benedetto Anianense attribuita al benedettino e suo discepolo Ardone di Aniane: (DE) W. Kettemann (a cura di), Subsidia Anianensia. Überlieferungs- und textgeschichtliche Untersuchungen zur Geschichte Witiza-Benedikts, seines Klosters Aniane und zur sogenannten «anianischen Reform». Mit kommentierten Editionen der Vita Benedicti Anianensis, Notitia de servitio monasteriorum, des Chronicon Moissiacense/Anianense sowie zweier Lokaltraditionen aus Aniane, Duisburg, 2000, pp. 139–223.; Fabio Cusimano, La biografia di Benedetto di Aniane tra storia e topoi agiografici, pp. 693–726. in Alessandra Bartolomei Romagnoli, Ugo Paoli, Pierantonio Piatti (a cura di), Hagiologica. Studi per Reginald Grégoire, Fabriano, Monastero di San Silvestro abate, 2012.; (LA) Georg Waitz (a cura di), Vita Benedicti Abbatis Anianensis et Indensis auctore Ardone, in Monumenta Germaniae Historica. Scriptores, XV/1, Hannover, 1887, pp. 198–220.; (FR) Ardon, Vie de Benoît d'Aniane, traduzione di Fernand Baumes (†), rivista e corretta da Adalbert de Vogüé, Bégrolles en Mauges, Abbaye de Bellefontaine, 2001.
  7. ↑ Il Liber de sacramento baptismi è pubblicato nella Patrologia Latina, vol. 99, coll. 853–872A: (LA) Jacques Paul Migne (a cura di), Patrologiae cursus completus. Series Latina, vol. 99, Parigi, 1851, pp. 853–872 (colonne).; nel sistema di interrogazione on line del testo sulla Patrologia di Migne: De sacramento baptismi, su mlat.uzh.ch.
  8. ↑ Il cui titolo è traducibile: "Libro sul sacramento del Battesimo"
  9. ↑ "La rinuncia al diavolo".
  10. ↑ Il De abrenuntiatione diaboli, nella Patrologia Latina, condivide la cornice epistolare dell'Epistola II: è preceduto dalla medesima intestazione, «Epistola II. Item ad Carolum imperatorem», e dal saluto rivolto a Carlo, nel quale Leidrad si presenta come vescovo di Lione. Seguono poi i §§ I–II, ancora di carattere proemiale ed epistolare; dal § III prende avvio l'esposizione propriamente dottrinale, ma senza una nuova intestazione o cesura editoriale. L'intera sequenza procede infatti unitariamente fino al § XXVI.
  11. 1 2 Locuzione particolarmente densa di significati, e letteralmente traducibile con «pompe del diavolo»: tuttavia semanticamente in senso specifico pompae qui vale «fasti, ostentazioni, vanità mondane», comprendendo spettacoli, lusso, piaceri e forme di esibizione mondana.

Fonti bibliografiche

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  4. 1 2 3 4 5 (EN) S. A. Bennett, Leidradus, pp. 644–645. in (EN) William Smith; Henry Wace (a cura di), A Dictionary of Christian Biography, Literature, Sects and Doctrines, vol. 3, Londra, John Murray, 1882.
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  7. ↑ prelato2, su treccani.it.
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  9. ↑ dal vocabolario Teodolfo di Orléans, su treccani.it.; Teodòlfo d'Orléans Enciclopedia on line, su treccani.it.
  10. ↑ Norico è l'antica regione alpina corrispondente, in maniera approssimativa, all'attuale Austria e parte della Germania: Norico Dizionario di Storia, su treccani.it, 2010.; G. C. Susini, L. Eckhart, Noricum Enciclopedia dell' Arte Antica (1963), su treccani.it, 1963.; Pietro Romanelli, Norico Enciclopedia Italiana (1934), su treccani.it, 1934.
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