Bariano
| Bariano comune | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Amministrazione | |
| Sindaco | Andrea Rota[1] (lista civica Vivi Bariano) dal 26-5-2019 |
| Territorio | |
| Coordinate | 45°30′45.29″N 9°42′13.18″E |
| Altitudine | 114 m s.l.m. |
| Superficie | 7,07 km² |
| Abitanti | 4 366[2] (31-5-2026) |
| Densità | 617,54 ab./km² |
| Frazioni | nessuna[3] |
| Comuni confinanti | Caravaggio, Fara Olivana con Sola, Fornovo San Giovanni, Morengo, Pagazzano, Romano di Lombardia |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 24050 |
| Prefisso | 0363 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Codice ISTAT | 016020 |
| Cod. catastale | A664 |
| Targa | BG |
| Cl. sismica | zona 3 (sismicità bassa)[4] |
| Cl. climatica | zona E, 2 383 GG[5] |
| Nome abitanti | barianesi[6] |
| Patrono | santi Gervasio e Protasio |
| Giorno festivo | 19 giugno[7] |
| Cartografia | |
| Sito istituzionale | |
Bariano [baˈrjaːno] (Barià [baˈɾja] in dialetto bergamasco[8][9]) è un comune italiano di 4 366 abitanti[2] della provincia di Bergamo in Lombardia. Situato nella pianura centrale bergamasca, è posto a circa 22 chilometri a sud del capoluogo orobico.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Le origini di Bariano risalgono all’epoca romana, quando il borgo si sviluppò probabilmente da un gentilizio denominato Barius. Un’iscrizione antica attesta che nella zona era dominante la tribù Voturia, la stessa di Bergamo, mentre Cremona apparteneva alla tribù Aniense. Nel VI secolo d.C., subito dopo la guerra greco-gotica conclusa nel 553, l’area compresa tra Bariano, Fornovo e Mozzanica ospitò alcuni limitanei bizantini, “militari-agricoltori di origine greca” (dal documento). Le prime attestazioni scritte risalgono all’840, quando compare un personaggio di nome Romaldus, ritenuto il capostipite della famiglia da Bariano. Nello stesso anno viene citato per la prima volta l’antico vicus romano di Avvilga/Averga, poi divenuto pieve cristiana e scomparso nel Medioevo. L’885 segna invece la prima apparizione del nome del borgo in un documento, dove si legge: “Gregorius de Barriano”.[10]
Nel 976 Rogiero I, il più illustre esponente della famiglia da Bariano, sposò Ermengarda, appartenente a una famiglia di giudici pavesi, acquisendo beni nel territorio di Lodi. Nel 977 Rogiero I è definito fidelis noster dall’imperatore Ottone III e risulta vassallo del vescovo di Cremona. L’XI secolo vide il borgo al centro dell’attenzione imperiale: nel 1018 parte delle terre di Bariano, appartenenti a Imiza, figlia di Rogiero I, furono cedute al vescovo di Cremona. Nel 1037 è citato per la prima volta il castrum, costruito dopo il 1022, mentre Rogiero II cedette tutte le sue proprietà a Rotepaldo di Sergnano. Nel 1041 rinunciò anche al titolo de Bariano, sancendo il passaggio del borgo sotto il controllo del vescovo di Cremona.[10]
Il XII secolo fu segnato da conflitti tra i vescovi di Cremona e Bergamo. Nel 1123 la corte di Bariano fu temporaneamente ceduta ai Visconti; nel 1129 Oberto, vescovo di Cremona, investì dei territori i conti Guido e Ardizzo. Nel 1144 papa Lucio II confermò al vescovo di Cremona il possesso della corte di Bariano, mentre nel 1148 una sentenza arbitrale stabilì che le terre e la chiesa di Bariano appartenevano al vescovo di Bergamo. Nel 1160 Federico Barbarossa donò al vescovo di Cremona beni situati anche a Bariano, e nel 1176 lActa Cremonae elencò i redditi ecclesiastici della zona, includendo il borgo. Nel 1183, con la pace di Costanza, Bariano fu assegnato ai Bergamaschi.[10]

Nel XIII secolo continuarono le contese territoriali. Nel 1260 la chiesa di Bariano risultava soggetta alla pieve di Fara Olivana; nel 1263 Bariano è citato nello Statuto di Bergamo; nel 1271 Cremona avanzò nuove pretese, mentre nel 1273 le corti di Bariano, Mozzanica e Calcio furono descritte in una copia dello statuto cremonese.[10]

Il XIV secolo vide l’affermazione delle grandi potenze regionali. Nel 1320 fu costruita la Roggia Ragnola, che alimentava il mulino di Caravaggio e divenne causa di dispute. Nel 1335 Azzone Visconti occupò Bariano, mentre nel 1376 la famiglia Suardi risultava infeudata del castello.[10]
Nel XV secolo comparve sulla scena la Repubblica Veneta. Nel 1407 Pandolfo Malatesta conquistò il borgo, restituendolo nel 1408 a Pietro Suardi. Nel 1428, con la pace di Ferrara, il castello di Bariano fu incorporato nel dominio veneto; nel 1431 Gentilino Suardi fu condannato alla confisca dei beni. Nel 1435 i beni furono venduti a Fedrighino Rivola. Nel 1440 il territorio fu conquistato dagli eserciti veneti, ma nel 1441 tornò ai Visconti. Nel 1443 si insediarono a Bariano nuclei della famiglia Carminati. Nel 1446 il borgo fu nuovamente conquistato dai veneziani; nel 1448 l’esercito veneto si accampò nei pressi del borgo prima della battaglia di Caravaggio. Nel 1453 Colleoni, al servizio di Milano, riconquistò Bariano, ma la pace di Lodi del 1454 fissò il confine lungo il Fosso Bergamasco, assegnando Bariano alla Repubblica Veneta. Nel 1480 Fermo Furnio donò ai Carmelitani due cappelle, e nel 1483 Ludovico il Moro occupò temporaneamente la zona, che tornò ai veneziani nel 1484.[10]
Il XVI secolo fu segnato dalle guerre tra potenze europee. Nel 1509, dopo la battaglia di Agnadello, Carlo d’Amboise fu investito della pianura bergamasca, ma nel 1512 il territorio tornò sotto Venezia. Nel 1531 il convento dei Carmelitani ospitò il Capitolo Generale della Congregazione di Mantova. Nel 1570 la vecchia chiesa parrocchiale, ormai in rovina, fu abbandonata.[10]
Nel XVII secolo Bariano rimase stabilmente sotto Venezia. Nel 1602 una terribile grandinata devastò i raccolti; nel 1610 fu demolita l’antica chiesa parrocchiale e costruito l’oratorio della SS. Annunciata. Nel 1613 truppe spagnole saccheggiarono il borgo; nel 1617 l’esercito di Don Pedro di Toledo devastò nuovamente la zona. Nel 1630 Bariano fu colpita dalla peste manzoniana.[10]

Il XVIII secolo fu segnato da calamità e trasformazioni. Nel 1714 si verificò una grave epidemia tra bovini ed equini; nel 1726 iniziarono le malattie malariche dovute alle risaie circostanti. Nel 1743 iniziò la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, resa agibile nel 1750 e consacrata solo nel 1868. Nel 1757 fu costruito il campanile. Nel 1770 Venezia soppresse il convento dei Carmelitani, venduto nel 1776 alla famiglia Imberti. Tra 1783 e 1802 si susseguirono carestie e terremoti, con eventi sismici significativi l’8 aprile 1786 e il 16 e 28 giugno 1802. Nel 1797 Bariano entrò nella Repubblica Cisalpina.[10]

Nel XIX secolo, sotto dominazione austriaca, il borgo affrontò nuove difficoltà. Nel 1802 un terremoto provocò gravi danni; nel 1815 un’epidemia di malaria colpì 650 abitanti su 800. Nel 1832 fu fondato il Luogo Pio Grattaroli; nel 1859 transitò da Bariano la quinta divisione dell’esercito italiano. Nel 1860 fu demolita la chiesa di Santa Maria de’ Neveri; nel 1867 un’epidemia di colera causò 39 morti. Nel 1878 fu inaugurata la ferrovia Treviglio–Rovato. Nel 1915 arrivò la corrente elettrica, proveniente da Fornovo.[10]
Clima
[modifica | modifica wikitesto]Il clima del comune è poco mite dato che risulta molto caldo d'estate e molto freddo in inverno con presenza di nebbia In autunno e primavera vi sono lunghi periodi di pioggia.
Bariano, come il resto della Pianura Padana, è caratterizzato da un'assenza di venti sinottici al livello del suolo a causa della conformazione geografica della stessa. Nella maggior parte dei casi la loro velocità è inferiore agli 0,5 m/s. La velocità del vento, già piuttosto bassa, tende a ridursi ulteriormente nel periodo invernale.
Bariano, quanto a classificazione climatica rientra nella zona E, 2 383 GG.
Simboli
[modifica | modifica wikitesto]Lo stemma e il gonfalone del Comune di Bariano sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 14 marzo 1979.[1]
«Troncato da una fascia d'azzurro ondata d'argento: il primo di rosso, a tre gatti d'oro, accovacciati uno accanto all'altro; il secondo d'argento, a tre pannocchie di mais di verde, poste in palo. Ornamenti esteriori da Comune.»

Analizzando gli stemmi del periodo fascista e un bozzetto precedente al 1979, si distinguono chiaramente tre bachi da seta. Nello stemma fascista le due fasce blu sotto quella dorata rappresentano il fiume Serio, mentre nel bozzetto più tardo compare una singola fascia chiara. La parte inferiore dello scudo, rossa nello stemma fascista e bianca nel disegno scolastico, mostra tre spighe di grano, non pannocchie di mais.
La presenza dei tre gatti nell’emblema comunale deriva da un fraintendimento della bozza del 1949, mai approvata, che raffigurava i colori rosso e oro di Bergamo insieme a tre bachi da seta e tre pannocchie, simbolo delle attività locali di bachicoltura e coltivazione del mais. Quando il progetto fu ripreso nel 1978, le figure originarie vennero erroneamente interpretate come gatti.
Monumenti e luoghi d'interesse
[modifica | modifica wikitesto]Il paese presenta una grande quantità di cascine in aperta campagna (tra cui la cascina Bigliarda, la cascina Fada, la cascina Corsa), testimonianza dell'anima rurale del borgo.
Il centro storico del borgo, anticamente sede delle mura e del fossato difensivo della città, presenta oggi solo una traccia dell'antico fortilizio, in corrispondenza dell'edificio noto come il Palazzo, che si affaccia sulla piazza principale. La piazza ospita anche la chiesa parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio. Costruita nel XVIII secolo in luogo di un precedente edificio di culto, conserva affreschi di buona fattura, tra i quali spiccano la Trinità in gloria e i Santi Pietro e Paolo e la Fede, di Vincenzo Angelo Orelli e la Vergine in trono col Bambino ed i Santi Luigi Gonzaga e Stanislao Kostka di Francesco Capella.
All'interno del centro storico sono inoltre collocate numerose corti rustiche antiche; sono degne di nota la corte di Palazzo Grataroli e lo Stallo della Misericordia, dalla notevole architettura tardo-quattrocentesca, oggi sede della biblioteca cittadina. Nel territorio comunale, in direzione di Romano di Lombardia, sorge anche l'ex Convento dei Neveri, sorto nello stesso luogo dell'antico insediamento romano di Vicus Aberga. Antica sede dell'ordine dei Carmelitani è dotato di un bel chiostro.
Lo "Stallo della Misericordia"
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La "casa della Misericordia" di Bariano apparteneva alla Misericordia Maggiore di Bergamo (MIA), un'istituzione benefica fondata nel XIII secolo e divenuta potente con la donazione ed i lasciti di Bartolomeo Colleoni (1475). La potente istituzione benefica cittadina fu riprodotta ben presto dai vari comuni del territorio, che istituirono delle "Misericordie" locali con il compito di assistere i poveri durante le carestie e le epidemie. Anche Bariano, a partire dal XVI secolo, ebbe una sua Misericordia dotata di modeste rendite derivanti dai lasciti di cittadini barianesi. Il Consorzio della Misericordia in Bariano, è la più antica istituzione caritatevole del luogo, fondata quasi certamente nel XV secolo, aveva svariati scopi caritatevoli nei confronti dei poveri della Comunità. Dell'edificio della Misericordia si fa cenno nel XVI secolo dove viene aperta "la scuola di leggere, scrivere ed aritmetica" per l'istruzione dei maschi. Dalla scarsa documentazione ritrovata, relativa alla "Casa della Misericordia di Bariano proprietà della Misericordia Maggiore di Bergamo, risulta che la MIA di Bergamo affitta e successivamente vende un lungo elenco di terreni agricoli in Bariano e indica un edificio destinato alla residenza del "massaro". Infatti, sino ai tempi nostri, l'intero complesso di fabbricati è stato utilizzato come residenza rurale. Ritroviamo della documentazione sui fabbricati nel Catasto Teresiano del 1738, 1808, 1830, 1831, 1835 e nel catasto Lombardo-Veneto del 1842 e nel nuovo catasto anno 1903, 1943 e 1988. Nella comparazione delle mappe del nuovo catasto con quelle del catasto lombardo-veneto si ha una chiara visione degli interventi realizzati sui fabbricati. Attualmente, lo "Stallo della Misericordia" è di proprietà dell'Amministrazione Comunale di Bariano. Sull'intero complesso sono stati fatti progetti di recupero e di riutilizzo degli spazi a favore della Comunità. I locali recuperati dello "Stallo della Misericordia", posti a piano terra, caratterizzati da soffitti voltati, sono stati destinati a mostre e attività espositive, di cui questa importante pubblicazione vuole essere prima testimone, mentre al piano superiore è presente una sala riunioni, utile anche da Sala Consiliare, con locali accessori. Anche se l'edificio non presenta caratteristiche architettoniche di alto pregio è sicuramente una parte importante della storia di Bariano.
Nell'anno 2022 le aie dello Stallo della Misericordia sono state rinominate come piazza "Don Alessandro Longo", arciprete per oltre 26 anni.
La chiesa parrocchiale
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La prima menzione di una chiesa a Bariano dedicata ai santi Gervasio e Protasio è da ricercarsi in un documento datato 1148 nel quale si dice che il cardinale Guidone da Somma la attribuì alla diocesi di Bergamo; era compresa nella pieve foraniale di Fara. In un secondo momento, le fonti non specificano quando, la suddetta chiesa fu declassata a campestre e il suo precedente titolo venne traslato a quella di San Bartolomeo in paese. La parrocchiale passò nel 1565 alla vicaria di Ghisalba, mentre nel 1574 ne costituì una autonoma. Dalla relazione della visita pastorale del 1575 dell'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo s'apprende che la parrocchiale era sempre dedicata a San Bartolomeo, che la chiesetta dei Santi Gervasio e Protasio era stata rifatta da non molto tempo e che entrambe erano ritornate nella vicaria di Ghisalba. Da quanto scritto in un documento di poco posteriore si intuisce che la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio aveva assunto il titolo di comparrocchiale.
Nel 1667 la parrocchia di Bariano risulta aver ripreso l'antico nonché attuale titolo dei Santi Gervasio e Protasio. Nel 1734 la chiesa entrò a far parte della vicaria di Mornico. La nuova parrocchiale venne costruita tra il 1743 e il 1750 sul luogo dell'antica chiesa di San Bartolomeo; il campanile fu eretto nel 1757. Nel 1820 la chiesa passò alla vicaria di Spirano e la consacrazione venne impartita dal vescovo Pier Luigi Speranza il 28 aprile 1868. La parrocchiale fu ceduta nel 1923 alla vicaria di Romano di Lombardia e nel 1971, in seguito alla riorganizzazione territoriale della diocesi, alla neo-costituita zona pastorale IX. Infine, nel 1979 venne aggregata al vicariato di Ghisalba-Romano.


Rialzata di tre gradini rispetto alla quota stradale, la facciata, è intonacata e suddivisa in cinque settori da lesene e contro-lesene poggianti su zoccolatura e si ergono sino a raggiungere il cornicione che, centralmente, si trasforma in un timpano curvo. Nel settore centrale e rialzato di ulteriori tre gradini, è posto il portale in marmo di Zandobbio completo di gocciolatoio, sormontato da stemma vescovile. Nei settori laterali sono presenti due nicchie contenenti statue di Santi. I settori alle estremità sono più stretti, arretrati rispetto alla facciata e presentano pareti lisce ed intonacate. Un cornicione divide il primo ordine dal secondo, ripartito in maniera similare a quello inferiore. Nel settore centrale è posta una finestra accolta in una piccola edicola in muratura sormontata da timpano curvo. Nei settori laterali sono poste due nicchie vuote. Le lesene in quest'ordine, sorreggono un cornicione su cui poggia il timpano triangolare che conclude la facciata. Sul lato sinistro della chiesa, si innalza la torre campanaria in cotto. Internamente la chiesa presenta un'unica navata a pianta rettangolare suddivisa in sei campate, da lesene in stucco che sorreggono un cornicione su cui si imposta la volta ellittica. Nella prima campata a sinistra è posto il Battistero, mentre a destra vi è un ripostiglio. Segue la seconda campata con a sinistra la cappella dedicata a S. Giuseppe, mentre a destra quella dedicata a S. Luigi. Nella terza campata sono presenti a sinistra e a destra, armadi a muro. La quarta campata ospita a sinistra e a destra gli ingressi laterali. La quinta campata ospita a sinistra l'altare dedicato alla Madonna del Rosario e a destra, quello dedicato al S. Cuore di Gesù. Segue la sesta campata con le pareti lisce e prive di decorazioni fatta eccezione per due quadri, una per parte, rappresentanti due stazioni della Via Crucis. L'arco trionfale, con a sinistra l'ingresso alla cappella di S. Rocco e a destra quello alla sagrestia, divide la navata dal presbiterio: quest'ultimo è rialzato rispetto alla navata di tre gradini, presenta pianta rettangolare, è coperto da volta a botte e si conclude in un coro absidato coperto da catino
La chiesa della Beata Vergine Annunziata
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La chiesa fu costruita nel 1610 dal Cavaliere Antonio Rivola in luogo della demolita chiesa dei Santi Protasio e Gervasio (testimoniata già nel secolo XI) posta lungo la strada per Crema, la chiesa è circondata da prato e da un piccolo marciapiede che corre lungo tutto il perimetro di essa. La facciata è intonacata, suddivisa in tre settori, da lesene che si ergono alte sino a raggiungere il cornicione sul quale poggia il timpano triangolare che conclude la facciata. Il settore centrale, ospita un portale in arenaria sormontato in alto, da una finestra curva che illumina internamente la chiesa. Nei settori laterali sono presenti due finestre rettangolari con contorno in pietra sagomata, complete di inferriate. Sopra queste finestre, sono poste due nicchie con dipinti raffiguranti a sinistra l’Annunciazione di Maria e a destra l’Angelo Annunciante. La chiesa ha un’unica navata a pianta rettangolare suddivisa in tre campate, da lesene che sorreggono il cornicione su cui si imposta la volta a botte.
Il convento dei Neveri
[modifica | modifica wikitesto]Lungo la strada che collega Bariano con Romano di Lombardia, a pochi metri dal fiume Serio, sorge l'ex convento carmelitano dei Neveri, riconoscibile per il tiburio e il campanile della cappella della Beata Vergine del Carmelo. Le origini del Convento risalgono alla conquista di quest'area da parte della Roma repubblicana e alla conseguente fondazione del villaggio di Averga nel I secolo a.C. Grazie alla presenza di un guado del fiume Serio e di un'importante arteria stradale che la metteva in contatto col resto del mondo romano e non, Averga fiorisce, diventando un polo commerciale di rilievo; sorgono terme, luoghi di culto e dimore lussuose. Proprio da una di queste dimore, per la precisione una villa, qualcosa di vicino a un'azienda agricola, nasce il primo nucleo del Convento. Probabilmente intorno al IV secolo un'ala della casa infatti viene adibita a mausoleo e affrescata con bellissime scene di carattere funerario, che ancora oggi affascinano per i colori vividi e 'espressività delle figure. La caduta dell'impero Romano d'Occidente apre la strada ai nuovi dominatori longobardi. La loro conversione intorno al 669 porta nuova linfa alla villa romana, che viene trasformata in una pieve: nel mausoleo trova posto il battistero dedicato a San Giovanni Battista, la chiesa plebana di Santa Maria viene invece edificata sull'antica parte abitativa. Accanto alla pieve si sviluppa una vasta area cimiteriale che riutilizza le sepolture romane. Sono state rinvenute un centinaio di tombe, di cui una ventina visibili nelle due sale adiacenti la cappella. Quando intorno al Mille Averga scompare, devastata dalle piene del fiume Serio, la chiesa sopravive e viene annessa al territorio della parrocchia di Bariano, il piccolo villaggio vicino che prenderà da questo momento a espandersi. Ciò che resta del

Basso Medioevo sono gli affreschi dell'abside ovest, realizzati nel XIV secolo, raffiguranti alcuni dei santi più venerati all'epoca in questo luogo. Nel 1480 l'arciprete di Bariano, Fermo Furnio da Caravaggio, dona la chiesa e il terreno circostante alla Congregazione dei Padri Carmelitani di Mantova. I frati fondano qui il loro convento. La loro spiritualità e particolare devozione alla Vergine del Carmelo è visibile in ciò che resta degli ex voto che un tempo rivestivano le pareti dell'abside e del corridoio di accesso alla cappella a Lei dedicata, ricavata dal battistero; il più vicino alla nostra sensibilità è con tutta probabilità quello fatto realizzare da un padre che ringrazia la Madonna di aver guarito sua figlia. All'interno del convento vi erano una foresteria, una corte rustica con stalle ed due grandi chiostri intorno ai quali si articolavano le cucine, il refettorio -che fungeva anche da sala capitolare- e le celle dei frati, ubicate al piano superiore. La

